EVENTI

ASSEMBLEA 2006 ( Intervento suor Rosanna - intervento mons. Giordano - omelia card. Rodé - )

 

 

ASSEMBLEA DELLA FEDERAZIONE

Rocca di Papa - Roma 17-22 luglio 2006

 

Suor Enrica ROSANNA

Sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e

le Società di vita apostolica

all'Assemblea Ordinaria della Federazione della Compagnia di Sant'Orsola

Istituto secolare di Sant'Angela Merici

Rocca di Papa, 18 luglio 2006

Senza Dubbio vedrete cose mirabili.. . Penso che sia stata una bella intuizione quella di intitolare con queste parole della vostra Fondatrice, i giorni che oggi iniziamo: l'Assemblea Ordinaria della Federazione della Compagnia di Sant'Orsola, Istituto secolare di Sant'Angela Merici. Sono parole che esprimono una certezza, la certezza della fede (una fede che Dio ci chiede, nella misura di un granello di senape...); la certezza della speranza nella divina Provvidenza (la dolce Provvidenza del Padre), perché il Signore farà ancora vedere cose mirabili a coloro che hanno fiducia in Lui, a coloro che Lo hanno scelto come ideale della loro vita, che cercano di seguirlo con fedeltà e amore.

Care Sorelle, sono certa che, poiché siamo riunite nel nome del Signore, Egli è presente in mezzo a noi, fedele alla Sua promessa, e ci darà l'aiuto necessario per rispondere con sempre maggiore generosità alla Sua chiamata, che è vocazione a farcì santi, oggi, a essere profeti, oggi (secondo p. David Maria Turoldo, i profeti sono uomini "certi di Dio"), in questo nostro mondo, cosi contraddittorio ed esigente, ma così ricco di sfide che ci appassionano e ci spronano ad una testimonianza autentica di santità.

Il Vostro Istituto secolare, antesignano di questa forma particolare dì vita consacrata, sta vivendo da diversi anni una fase molto delicata; le Compagnie diocesane cercano di fondersi a motivo dell'età avanzata dei membri e della scarsità delle vocazioni; è questo un problema comune alla maggior parte degli Istituti, che però non può e non deve farvi assumere l'atteggiamento di chi ricorda soltanto i tempi belli, senza sperare sul proprio futuro! Già nell'Esortazione Apostolica Postsinodale Vita consecrata, leggevamo al n. 110 " Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi".

Ha scritto Saint Exupery: "Se vuoi costruire una barca non radunare insieme delle persone per procurare la legna, preparare gli attrezzi, distribuire i compiti e organizzare il lavoro, ma piuttosto risveglia in esse la nostalgia per il mare aperto e infinito". Per guardare avanti bisogna avere il coraggio di sognare... il mare aperto e infinito...

 

Avete una grande storia da costruire... Questo concetto, tanto caro al Venerato Servo di Dio Giovanni Paolo II, riguarda anche Voi, Orsoline secolari, che volete portare nel mondo di oggi il carisma di Sant'Angela Merici, come "vere e intatte spose" del Figlio di Dio, separate dalle "tenebre-del mondo"; e unite insieme per "servire" il Regno dì Dio nella secolarità.

Non posso, in questa sede e in una occasione così solenne, non fare memoria di una persona che ora dal Cielo partecipa a questa Assemblea; avete tutte compreso che mi riferisco alla cara Elisa Tarolli; questa è la prima Assemblea della Federazione celebrata dopo la sua morte, ed è la prima Assemblea in cui non risuona la sua voce e la sua costante esortazione a star bene e a ricercare sempre quell'unità per la quale si è battuta, ha lottato, sofferto, cercato, amato, sperato, come si è espressa la cara Presidente nel suo ricordo di Elisa. Non l'ho conosciuta personalmente, ma fin dall' inizio del mio servizio in Congregazione ho sentito parlare di questa donna che ha dedicato tutta la sua vita allo studio, alla ricerca all'ascolto di Angela Merici e la cui memoria resterà in benedizione per le sue consorelle e per tutta la Chiesa.

Quanto bene potete fare alla sua scuola. Quanto bene possiamo fare noi donne mettendo a frutto le risorse del nostro genio femminile!

lo credo che il ricco patrimonio di esperienza vissuto dalle donne lungo la storia rende noi donne del terzo millennio, noi consacrate del terzo millennio, portatrici di valori capaci di contribuire a salvare l'umano. Non solo, ma la vicinanza alle reali condizioni in cui si svolge nel quotidiano l'esistenza umana ci fa esperte del senso del limite e consapevoli dello spessore di mistero che avvolge ogni vita umana. La maggior vicinanza alla vita che nasce e cresce, alla sofferenza, alla malattia e alla morte, ci richiama al senso ultimo della vita e ci rende attente e accoglienti verso il Dio della resurrezione.

Forse dobbiamo avere il coraggio di dire con la vita che oggi urge riscattare quei valori femminili troppo spesso considerati "privati" o addirittura deboli in senso spregiativo (la coscienza del limite, l'accoglienza, l'attenzione, il prendersi cura dei più deboli, la compassione...), che sono i soli capaci di contribuire a salvare l'umano, i soli che possono orientare la bussola verso un mondo più a misura di persona e più vivibile per tutti, verso «una società e una Chiesa più mariana e per questo più cristiana».1 In particolare, a mio avviso, urge recuperare il valore "materno" come sostanza del nostro apporto a servizio della società e di tutta l'umanità.

 

La maternità resta tipica della donna in quanto esperienza del corpo che dona, genera, protegge, nutre, ma è anche il più alto simbolo che la natura ci offre riguardo alla cura della vita che cresce, alla sollecitudine per la comunione, alla gestione della responsabilità. A essere madri, però, si impara. Tutto ciò che è grande e semplice è dono, ma anche conquista quotidiana. E anche «l'uomo impara, vedendolo iscritto nel corpo della donna, che la persona è se stessa se si dona, se ama qualcuno valorizzandolo, se sa tirarsi indietro per fargli spazio, se sta nel rapporto con l'altro in quell'atteggiamento generativo materno, che è fecondo di nuove realtà intersoggettive. La maternità, in questo senso, accompagna ogni espressione di amore per la vita, come cura dell'altro [...]. L'uomo e la donna apprendono, passando per vie diverse, il significato della maternità, reso evidente, sul piano spirituale e con riferimento alle fatiche della generazione delle anime, dal fatto che la maternità è considerata la dimensione tipica della Chiesa, in feconda relazione col Cristo, nella quale uomini e donne cooperano alla paternità-maternità di Dio».2

Permettetemi , al riguardosi citare alcuni versi di una poesia di una nostra suora (Maria Pia Giudici) che ho messo a introduzione del mio ultimo libro (La riqueza de ser mujer, Salmanca Editrice Siguème 2004) e che penso rispecchino il volto e il cuore della carissima e indimenticabile Elisa Tarolli.

Conchiglia di misterioso mare

"Un cuore di donna

che molto abbia amato, pregato e sofferto,

tu non l'ascolti invano.

All'orecchio dell'anima,

conchiglia di misterioso mare,

sempre

te ne sussurra il canto,

te ne versa, insonne,

anche a sua insaputa,

l'eco d'infinito.

Elisa, dal cielo, unitamente ai Santi Patroni e a tutte le Sorelle che vivono la beatitudine eterna, intercedano dal cuore di Cristo il dono di tante e sante vocazioni per continuare nel mondo la presenza lievitante del Vostro Istituto secolare, ed essere nella Chiesa il segno dell'amore di Cristo.

Vi assista e vi accompagni Maria, la tutta bella, la donna luminosa, che ha generato, educato, accompagnato fino alla Croce e alla Resurrezione Gesù!

 

1 DI NICOLA Giulia Paola, Donne in crisi della modernità: aspetti peculiari della transizione, in ROSANNA-GHIAIA, Le donne 156-157.

2 Ivi.

Rocca di Papa, 18 luglio 2006

Assemblea Compagnia di Sant’Orsola

TESTIMONIARE IL RISORTO IN UN MONDO CHE CAMBIA  (TORNA SU)

Una chiamata per la consacrata secolare

Aldo Giordano

 

 

Sono molto grato per questo invito. In particolare sono contento di poter “vivere” del vostro carisma. Mentre scrivevo questo contributo avevo sulla scrivania del mio ufficio in Svizzera un’immagine di S. Angela Merici: ho  fiducia che lei abbia intercesso per me qualche raggio di luce e che mi aiuti anche in questo momento.  Mi ha portato qui anche l’amicizia con la presidente Caterina Dalmasso, che ha salde radici  nelle nostre terre cuneesi, in nord Italia. 

 

Nel mio contributo, piuttosto che indugiare tanto a descrivere i cambiamenti nell’Europa e nel mondo, cerco di “pensare” la situazione attuale alla luce di alcune categorie fondamentali che ci derivano dalla tradizione cristiana. Lo faccio dal punto di vista del mio osservatorio europeo. Sono però totalmente cosciente dell’importanza di fare questa riflessione con altri punti di vista: dell’Africa, dell’America, dell’Asia…

 

Mi auguro che la nostra non sia una mera riflessione teorica sulla evangelizzazione, ma sia una vera esperienza di incontro con il Risorto. Il Risorto ha promesso di “precederci in Galilea”, quindi abbiamo questa grande certezza che Lui è già là dove siamo chiamati ad andare e che è qui fra noi oggi. 

 

Nella prima parte del mio intervento propongo  una riflessione sulla situazione attuale dell’evangelizzazione e missione; la seconda parte è invece un tentativo di offrire elementi per un cammino di testimonianza del vangelo.

 

 

1. Un mondo in ricerca?

 

Una famosa pagina del pensatore tedesco Friedrich Nietzsche inizia con questa frase: Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". Sembra un segno di follia decidere di accendere una lanterna quando attorno c’è la piena luce del mattino, ma in realtà anche l’umanità di oggi comincia a sentire l’esigenza di dover riaccendere una nuova luce proprio quando tutto attorno sembra illuminato. La luce che viene dal secolo dei “lumi”, dalla ragione, dalle scienze, dai poteri del mondo non appare più sufficiente per il nostro cammino. Siamo spinti da tanti segni a rimetterci in ricerca. Basta pensare alle domande suscitate dalla serie di drammi storici, resi eventi mediatici planetari,  che abbiamo vissuto: dall’11 settembre del 2001 a New York, allo tsunami del sud-est Asia, alla morte di Giovanni Paolo II... Altri eventi con meno visibilità, ma decisivi, ci pongono domande di fondo: le problematiche etiche legate alla vita; la nuova situazione geopolitica mondiale con l’emergere della Cina e dell’India sulla scena dei mercati e del sapere.

Mi sembra che un primo compito della nostra missione sia l’ascoltare,  il fare emergere, il sostenere questa nuova ricerca.

 

Provo a sintetizzare attorno alle classiche categorie del vero, del bello e del buono le domande che penso più di fondo.

 

La ricerca del vero

 

Le persone cercano la verità, cercano Dio. Se l’antico cinico Diogene di Sinope, girovagando con la sua botte, poneva la domanda: “cerco l’uomo”, per Nietzsche la domanda sull’uomo coincide con quella su Dio. L’uomo di oggi è alla ricerca di Dio, della verità, anche se al mercato” ci sono persone che sembrano  mostrarsi indifferenti.

 

Propongo alcune osservazioni su questa ricerca della verità nel mondo occidentale.

 

La questione della verità si intreccia con quella della libertà.

 

Se diamo uno sguardo alla nostra cultura moderna occidentale, constatiamo che il valore che più di tutti è diventato la stella per l’agire degli uomini è quello della libertà. La libertà appare come la grande conquista dei nostri tempi, capace di risolvere i nostri problemi. La libertà è divenuta il criterio per decidere quale sia il valore della vita e per stabilire il rapporto fra le persone. Tutti siamo d’accordo sul fatto che la libertà è veramente un valore di fondo, ma oggi dobbiamo anche sinceramente constatare che proprio questa  libertà tanto cercata e amata si  trova davanti delle sfide, delle contraddizioni e dei rischi enormi. L’affermarsi della volontà di autodeterminazione - che è figlia del secolare cammino della modernità - ha cercato di scrollarsi di dosso ogni forma di tutela: Dio, altari, verità, tradizioni, leggi, morali, ma una libertà senza un vero a cui affidarsi pende sul nulla. E’ emblematico il fatto che la modernità velocemente è tornata a divinizzare qualcosa, ma erano i distruttivi poteri ideologici.

La libertà della persona non è così assoluta, così onnipotente e così originaria come una certa cultura vuole farci credere. Essa appare già radicalmente limitata proprio nel momento dell’inizio della vita e in quello della fine. Nessuno di noi è venuto al mondo per propria decisione libera. Qualcuno ha deciso di darci la vita, senza chiederci il permesso! Il mio essere al mondo, la mia esistenza non nasce dalla mia libertà.  E se consideriamo il momento della fine della nostra esistenza, della morte, il limite della libertà è ancora più grave: non possiamo scegliere  di non morire.

La libertà non è in grado di auto-fondarsi e auto-salvarsi. La libertà sperimenta oggi la solitudine:  “liberi, ma per che cosa?”. La libertà ha bisogno di rimettersi in ricerca, di rimettersi in cammino per trovare un fondamento, la sua vera identità, per trovare la compagnia degli altri valori, per trovare l’altro o un Altro che la fondi e la salvi.  Essere liberi per il nulla è semplicemente angosciante. La libertà deve ritrovare se stessa.

 

La ricerca della verità si intreccia con la domanda sul senso della vita.

 

Davanti al rischio del nulla, oggi in Europa sono nuovamente e chiaramente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso al vivere ed alla storia? C’è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita in grado di rispondere al mio desiderio di vita, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte sono l’ultima parola per l’uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore? Al riguardo Nietzsche scrive: "L'uomo era principalmen­te un animale mala­tic­cio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta (...) L'assurdità della soffe­renza, non la sofferenza, è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità"[1].  La questione veritativa si intreccia con la questione del senso. Non dobbiamo dimenticarci che ogni anno in Europa muoiono 50.000 persone per suicidio e che in 7/8 paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio.

 

Il problema del senso rimanda alla questione del tempo. L’esistenza del tempo non è la smentita ad ogni senso definitivo? Il tempo, infatti, sembra avere il potere di corrodere tutto. L’esistenza del “passato” non significa che tutto è destinato a cadere nel nulla? Il futuro non coincide con l’inesorabile finale caduta nella morte? Il presente è consistente od è la pura fuggitività? Anche i ritmi attuali della produzione e dei consumi non sono un argine di fronte alla rapina del tempo, ma piuttosto una sua maschera. E’ possibile liberarci dalla forza di rapina e corruzione del tempo? Uno dei compiti della nostra cultura è certo quello del ricupero del tempo.

 

La ricerca della verità e il panorama religioso in Europa

 

Oggi l’Europa vive un chiaro pluralismo religioso.

 

Il cristianesimo

Gli europei (ca. 707 milioni, incluse le parti europee di Russia e Turchia) sono in gran maggioranza cristiani (560 milioni: 285 milioni cattolici; 161 milioni ortodossi; 77 milioni protestanti; 26 milioni anglicani; 11 milioni: altri)[2], ma conosciamo la complessità di questo dato. L’Europa ha visto la prima inculturazione continentale del cristianesimo e ha avuto un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione delle altre regioni della terra. Il Medioevo è il momento dell’affermarsi di una situazione di cristianità.  L’Europa è stata anche il luogo del consumarsi delle divisioni all’interno del cristianesimo, esportate in seguito verso gli altri continenti. Lo sviluppo della modernità ha portato con sé la “crisi” della cristianità: dalla secolarizzazione, al secolarismo, all’ateismo, al nichilismo, alla “morte di Dio”, al ritorno attuale della domanda religiosa. L’est europeo ha vissuto decenni di ateismo di stato.

 

Con la caduta del muro del 1889 è cambiato anche lo scenario ecumenico europeo: il nodo fondamentale da sciogliere sembra stare nel rapporto tra la storia, la cultura e la tradizione dell’ovest e quelle dell’est. Alcune dolorose questioni, ereditate dal passato ed emerse ora con forza, come quella del proselitismo od il rapporto tra Chiese ortodosse e Chiese greco-cattoliche rimandano a questo confronto tra tradizione latina e tradizione orientale. Le Chiese dell’oriente europeo in genere si esprimono criticamente verso la cultura moderna tipica del mondo occidentale e temono questo incontro: cosa ne sarà della tradizione orientale, con i suoi valori e spiritualità, se finirà in braccio a un occidente moderno, secolarizzato e relativista? Le Chiese dell’est sembra abbiano individuato nel confronto con la secolarizzazione il nuovo problema da affrontare. Alle volte questa critica riguarda anche Chiese e comunità ecclesiali dell’occidente che si sarebbero adeguate alla deriva secolarizzata e relativista. Mi sembra che un contributo “ecumenico” molto serio per illuminare questa nuova situazione stia nell’affrontare oggi insieme (est e ovest) la questione della secolarizzazione.

 

Dal punto di vista cattolico nei rapporti ecumenici  viviamo una sorta di paradosso: con gli ortodossi c’è grande vicinanza teologico-spirituale: la difficoltà teologica più grande riguarda la questione del primato. Ma c’è in realtà una distanza culturale, storica, psicologica. Essa è rivelata anche dalle incomprensioni sulle questioni del proselitismo e del rapporto tra ortodossi e greco-cattolici. Con le Chiese della Riforma, invece,  c’è maggiore vicinanza culturale e storica, mentre ci sono maggiori difficoltà teologiche, soprattutto di tipo ecclesiologico: primato, successione apostolica, ministeri (ordinazione femminile), sacramenti (Eucaristia). Anche le questioni etiche spesso ci separano, specie quella riguardanti la bioetica o la famiglia.

 

Un realtà mondiale da considerare nel panorama cristiano mondiale e europeo è il diffondersi del cristianesimo pentecostale, delle chiese evangeliche o evangelicali, delle chiese libere. Questo tema riguarda tutti i continenti, con accentuazioni in America Latina e in Africa. Le statistiche parlano di 150 milioni di pentecostali in America Latina, senza contare i membri del movimento carismatico. Queste comunità e gruppi hanno spesso dinamismo, forza missionaria o capacità di proselitismo e in diversi paesi conquistano i loro fedeli anche dalla Chiesa cattolica: dal 1991 al 2000, in Brasile, la Chiesa cattolica è diminuita dal 83,3% al 73,9%; le chiese evangeliche sono aumentate dal 9% al 15.6% e i “senza religione” sono aumentati dal 4,7% al 7,4%. Naturalmente lo spettro pentecostale è molto ampio e complesso: va da chiese vere e proprie fino a esperienze fondamentaliste e anche settarie.

 

Il movimento ecumenico è certo uno degli aspetti notevoli del cristianesimo del XX secolo. Esso all’inizio è stato opera principalmente di cristiani delle Chiese protestanti. Presto hanno cominciato a svolgere un ruolo significativo le Chiese ortodosse. Nel 1948 è fondato ad Amsterdam il Consiglio mondiale delle Chiese, con sede a Ginevra. Ad esso appartengono oggi 347 chiese e comunità ecclesiali di 120 paesi, rappresentanti circa 500 milioni di cristiani. A metà febbraio 2006 ho partecipato a Porto Alegre (Brasile) alla  nona assemblea plenaria del Consiglio.  Per l’entrata della Chiesa cattolica nel processo ecumenico basta ricordare che abbiamo  celebrato l’anno passato il 40° compleanno della  Unitatis Redintegratio del Vaticano II.

 

Per una riflessione sulla situazione del cristianesimo in Europa è indicativo il dibattito di questi mesi sulle radici cristiane del nostro continente, in occasione della elaborazione del trattato costituzionale dell’Unione Europea.

Sulle varie fasi di questo acceso dibattito si potrebbe scrivere un romanzo! Come riferimento possiamo considerare il preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmato a Nizza. In esso è scritto: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori….”. All’ultimo momento la presidenza francese aveva chiesto di eliminare la parola “religioso” e di sostituirlo con “spirituale” per salvare radicalmente la “laicità” delle istituzioni! Curiosamente questo termine è rimasto nella traduzione tedesca. Il preambolo del trattato approvato il 18 giugno 2004 e firmato il 29 ottobre a Roma inizia così: “Ispirandosi alle eredità culturali, religiose, umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della democrazia, dell’uguaglianza, della libertà e dello Stato di diritto”. C’è la parola religione, ma è mancato il consenso per citare per nome il cristianesimo.

Il dibattito è stato particolarmente vivo, interessante, ma dal punto di vista del cristianesimo ha anche indicato una problematica di fondo. Perché non c’è stato consenso a citare Dio o il cristianesimo? Alcuni hanno pensato a una questione di privilegi, quasi ci fosse una torta da doverci dividere; alcuni hanno ritenuto che citare il cristianesimo sarebbe stato un torto alle altre religioni, specie all’Islam; altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità... altri hanno difeso la tesi che  la religione è un fatto esclusivamente privato.

La domanda che come cristiani ci poniamo è:   “Gesù Cristo è venuto sulla terra per dei privilegi? Un Dio che muore in croce per amore è un rischio per i fratelli musulmani? Un Vangelo che distingue chiaramente tra ciò che si deve a Cesare e ciò che si deve a Dio è pericoloso per la laicità?  Quale contenuto ha oggi in Europa la parola cristianesimo o la parola Dio o la parola religione? Perché la parola cristianesimo suona ad alcune orecchie pericolosa per l’Europa?

Riguardo a questo tema si è tentata la via di trovare un consenso su un minimo comune denominatore, invece di cercarlo sul massimo. Si può ammettere in modo anonimo che l’Europa ha radici religiose, ma niente di più. Il dibattito non ha preso abbastanza in considerazione la serietà della questione della verità e del senso. Possiamo costruire un’Europa che non sia spazio di verità e di senso? 

 

Ebraismo

Alle radici storiche dell’Europa appartiene l’ebraismo (2 milioni e mezzo). Il rapporto con esso è complicato dalla immane tragedia dell’olocausto e dalla attuale situazione in Medio Oriente. Occorre rilanciare un dialogo autenticamente teologico.

 

Islam

In Europa ci sono paesi di lontana tradizione islamica come Turchia, Albania, Bosnia Erzegovina, ma il fatto nuovo è la crescente presenza dei musulmani, legata soprattutto al fenomeno migratorio e dei rifugiati: circa 35 milioni (nel 1991 erano 12 milioni). In Francia si parla di 5 milioni di musulmani.

 

Dopo l’11 settembre 2001, la crisi dell’Irak e dell’intero Medio Oriente, il terrorismo, gli attentati di Madrid e di Londra, la reazione violenta alle satire, il rapporto con l’Islam ha mostrato una forte dimensione politica, tanto che ora sembrano i politici i primi protagonisti del dialogo interreligioso!

Nel mondo musulmano “europeo” c’è anche un chiaro pluralismo. Il pluralismo classico: sunniti e  sciiti; il pluralismo legato ai paesi d’origine (Turchia, Magreb…). Oggi il pluralismo nasce dal diverso  modo di rapportarsi con la società moderna: i rappresentanti del  riformismo musulmano o dell’Islam dei “lumi” vede la possibilità di una inculturazione dell’Islam nella cultura europea, ma la maggioranza dei musulmani vede la cultura occidentale come qualcosa di ostile o degradata, che va  combattuta.

 

Buddismo

In questi anni si registra in Europa un crescente interesse per il buddismo (2 milioni e mezzo / nel 1991 erano 270 mila). Il buddismo ha avuto una sua diffusione in Europa soprattutto grazie ai viaggi verso l’Oriente degli anni ‘70-’80. Questi viaggi hanno portato nel nostro continente numerosi maestri provenienti dall’Asia. Più recentemente, invece, è andato aumentando il numero di maestri nati in occidente. Ciò ha avuto come conseguenza, tra l’altro, di dare vita a nuove forme e tradizioni di buddismo, inculturato nel contesto europeo. Crescente anche il numero di cristiani europei che vengono attratti dal pensiero e dalla pratica buddista. Si affermano fenomeni come il sincretismo religioso o la doppia appartenenza.

 

Religione alternativa

Il cosiddetto ritorno del religioso o del sacro, nelle sue espressioni esoteriche, gnostiche, arcaiche, vitalistiche, pagane, paniche, mitiche è un altro protagonista della nostra cultura e storia. Si diffondono forme di neopaganesimo  e movimenti filosofici (umanistici) che si organizzano quasi come comunità religiose e rivendicano i loro diritti.

 

Se tentiamo uno sguardo sul futuro (pur senza essere profeti) vediamo che la dimensione del pluralismo religioso sarà sempre più forte, soprattutto pensando all’andamento demografico mondiale, allo sviluppo del  fenomeno migratorio e alla globalizzazione.

La ricerca del bello

Una seconda questione  essenziale è quella della bellezza.

Un’altra pagina di Nietzsche, contenuta nel suo Così parlò Zarathustra, mi sembra esprimere in modo emblematico il problema.

Zarathustra, fondatore dell’antica religione, che Nietzsche rimette in scena, è circondato da una turba di storpi, handicappati e mendicanti che gli chiedono di essere guariti, ma egli replica che la sua esperienza gli ha insegnato che non è la cosa peggiore il fatto che ad uno manchi un occhio od un orecchio o qualcos'altro ed afferma:

"Io vedo e ho visto ben di peggio ... : uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo - uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un grande ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orec­chio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una coserella piccola e misera e stentata da far pietà. In verità, l'orecchio mostruoso poggiava su di un piccolo esile stelo, - ma lo stelo era un uomo! ...

In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello...

Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità"[3].

Questa pagina mi ha sempre impressionato. La più radicale tentazione dell’umanità nasce sempre dal frammentare il volto dell'uomo in pezzi per poi sceglierne un frammento, una parte e ingigantirla "ideologicamente" fino a farla diventare il tutto. Il risultato è mostruoso: è sparita la bellezza.  Questo è anche violenza, perché quando una parte (come l’occhio) - che in sé è vera e bella come contributo per la bellezza del tutto - pretende di essere il tutto, deve fuoriuscire dal suo campo, occupare tutto lo spazio e quindi eliminare le altre dimensioni che sono altrettanto umane e importanti. Questo grave rischio è presente innanzitutto nelle visioni antropologiche che riducono l’uomo o solo a corpo o solo a spirito o solo a lavoro o solo a sessualità o solo a ragione o solo a tecnica etc.... E’ presente tra le scienze, quando una scienza pretende di dire l’intera verità sull’uomo: pensiamo ai grandi dibattiti sulla bioetica legati alle bioteconologie. Ma è anche presente nelle politiche dove un gruppo, un partito, un’etnia, una razza pretende di essere tutta la realtà e quindi, ovviamente, deve eliminare ogni alterità e differenza. Anche l’economia rischia questa deriva. Sistemi economici basati solo sul liberismo, sul libero mercato, sulla proprietà privata, sulla libera iniziativa, sulla capacità imprenditoriale, hanno creato dei „vincenti“ della modernità, ma anche dei „perdenti“: le persone più deboli, gli „inutili“, gli emarginati ... D’altra parte abbiamo assistito allo spegnimento delle capacità creative per opera di sistemi che hanno imposto unilateralmente il collettivo.

Abbiamo urgenza di trovare la via dell’armonia e del bello per ripensare con urgenza la visione dell’uomo. Sta divenendo chiaro che la questione antropologica è fondamentale. 

La ricerca del buono

Il buono è l’altro attributo dell’essere, del reale. Esiste un bene, un amore,  qualcosa che vale, capace di orientare l’agire dei singoli e delle città? Esiste un bene capace di rispondere alla drammatica domanda di giustizia dei poveri del mondo?

La ricerca del vero e del bello coincide con al ricerca del bene, dell’amore. Al riguardo racconto una favola che forse già conoscete, anche per sdrammatizzare l’atmosfera creata dai testi di  Nietzsche! E’ la favola dell’ostrica e della perla.

Un’ostrica viveva negli abissi del mare e sperimentava solo la realtà della tenebra. Un giorno un raggio di sole riesce a penetrare le ombre del mare e raggiunge l’ostrica. Essa è sorpresa dalla novità e subito s’innamora del raggio di luce. Dopo poco si sente però triste, perché si percepisce chiusa e brutta e non sa come  rispondere all’amore ed alla bellezza della luce. In quel momento sente una voce dentro che sembra provenire dal raggio e che le dice: “ama chi hai attorno, gli altri abitanti del mare”. L’ostrica comincia questa nuova avventura e incontra i cavallucci marini, i pesci, le meduse, i ricci… Più scopre gli altri, più sente la gioia di amare e più si apre. Ad un certo punto comprende che l’amore più grande è quello che giunge a dare la vita. Nel momento in cui per amore dona la vita, essa si apre completamente ed emerge quella perla bellissima che era nascosta nell’intimo di se stessa. Ora il raggio di sole raggiunge la perla ed essa, nella sua bellezza, è degna e capace di rispondere all’amore della luce. L’ostrica è diventata perla, anzi è diventata fonte di luce per gli altri abitanti degli abissi  del mare.

Quando in Europa discutiamo dei valori ci troviamo abbastanza d’accordo nello stendere la lista di essi. Per esempio, è pienamente condivisibile la lista dei valori che troviamo nell’articolo 2 del trattato costituzionale dell’Unione europea e il  primo posto dato alla dignità umana: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Inoltre si parla di “non discriminazione, di tolleranza, di giustizia, di solidarietà, della parità tra uomini e donne”. Altrettanto è significativo il primato allo scopo della pace che apre l’articolo 3, dedicato ai fini dell’Unione. Questi elementi sono centrali nel magistero sociale  della Chiesa cattolica. Ma la questione non è così semplice.  Il problema grave che resta aperto per il capitolo dei valori è quello del loro fondamento, del loro contenuto e della loro interpretazione. Noi rischiamo una vuota retorica dei valori, cioè abbiamo un consenso sulle parole, sui nomi dei valori, ma non sul loro contenuto, sul loro fondamento e sulla loro interpretazione. Nel nome dello stesso valore si possono sostenere posizioni del tutto contrarie: per esempio, la dignità umana viene citata sia contro l’aborto e l’eutanasia, sia a favore dell’aborto e dell’eutanasia. La parola famiglia in Europa è divenuta un contenitore talmente grande da contenere una cosa e quello che a tanti appare come il suo contrario.

Un grande compito che quindi ci attende riguardo ai valori è quello di ridare un contenuto alle parole. E non si tratta di un compito semplice!

Abbiamo necessità di un bene capace di rendere possibile la convivenza tra i popoli, le culture, le etnie, le religioni. E’ la questione di trovare le radici di una vita comune e di trasmetterle alle nuove generazioni. Il Papa tedesco è stato recentemente ad Auschwitz. Ho avuto occasione di pregare con una delegazione europea nel Lager di Karaganda (Spassk) nelle immense steppe del Kazakstan. Sarajevo è città simbolo di una recente catastrofe europea: l’11 luglio 2006 si è fatto memoria del 10° anniversario della strage di musulmani a Srebrenica da parte dei serbo-bosniaci. Ma abbiamo le catastrofi di interi popoli, qui in occidente troppo poco considerate: Ruanda, Darfur… Come costruire una “casa”  capace di ospitare popoli diversi, senza, da un lato, annientare le singole identità con sistemi totalizzanti e senza, dall’altra, cadere nel conflitto distruttivo tra le differenze o nel terrorismo? Come assumerci i problemi dell’umanità intera, specie del sud del mondo, in una logica di scambio di doni? C’è un bene capace di imprimere un salto di qualità storico nei rapporti fra gli uomini?

Sappiamo che Verum Pulchrum et Bonum convertuntur in Unum. Essi sono volti diversi della medesima realtà. Si tratta di passare ad ogni livello dalla frammentazione all’uno, per ritrovare la verità, la bellezza e l’amore, per ritrovare la dimora. Questa in sintesi la sfida che abbiamo davanti.

2. La via del Dio crocifisso e risorto

Chi ci ridarà l’unità, la verità, la bellezza, l’amore? Quale via intraprendere per trovare la dimora e il segreto per dimorare in questo mondo in cambiamento? Quale il contributo originale della vita religiosa?

Ho potuto partecipare a Roma al funerale di Giovanni Paolo II. Credo sia stata una delle esperienze più straordinarie della mia vita, per la percezione che il cielo e la terra si incontrassero. La frase del vangelo che più spesso mi è tornata in mente è quella di Gesù: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Mi trovavo nelle prime fila della piazza, tra le delegazioni delle diverse nazioni. Quando la bara è arrivata sulla piazza si è creata un’atmosfera sacra. La bara è stata collocata tra il Cristo crocifisso e il cero pasquale: il papa sembrava scomparso e restava solo  il Cristo crocifisso e risorto. Sulla bara è stato posto il vangelo, sfogliato ripetutamente dal vento e poi chiuso dalla parte del cuore del papa. Tutti abbiamo percepito la sfida a ripartire da ciò che è essenziale e che resta.  L’ultima immagine del funerale: i raggi di sole che hanno improvvisamente illuminato la bara nel momento della benedizione e dell’ultimo saluto e poi sono spariti appena la bara è rientrata nella basilica.

Al cuore del cristianesimo troviamo la Pasqua del Cristo. Da essa possiamo ripartire per “abitare”  la nostra cultura europea e per ridare contenuto ai concetti di vero, bello e buono. Alla sequela del Cristo ci troviamo capaci di abitare in qualsiasi cultura, anche in quella segnata dalla morte di Dio e dalle sue conseguenze. Il Cristianesimo infatti ha nel suo cuore una „morte di Dio“, una notte – quella del Crocifisso - che sono andate ben aldilà di ogni proclamazione culturale del nulla o della „morte di Dio“. Nel perché del Cristo in croce (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) troviamo la presenza di tutti i perché dell’uomo. Il Cristianesimo ha nel suo cuore la grande notizia della Risurrezione: la morte è stata vinta; i perché e le attese dell’uomo hanno una riposta; il  Risorto  “rimane fra noi fino alla fine dei tempi”.

I passi del Dio crocifisso

Per intravedere un cammino proviamo a imparare dal Cristo in croce. Siamo invitati a seguire i suoi passi.

Il primo passo è avere il coraggio di seguire Gesù là, fuori le mura, fino al suo grido di abbandono, dove anche il cielo e la terra appaiono separati. Non si può stare a guardare i problemi, le ferite, le non riconciliazioni, dal di fuori, come spettatori o come arbitri, ma occorre entrare dentro le divisioni, i fallimenti per “comprenderli” fino in fondo.

Quel Dio entrato nelle ferite, diventa Lui separazione e ferita. Il Cristo accoglie in sé la ferita, l’assorbe e così la blocca. Quando esplodono conflitti, normalmente, l’uno trasmette all’altro il conflitto e l’uno scarica sull’altro la responsabilità. Il Cristo in croce non ha cercato il colpevole, ma ha assunto su di sé la divisione. Non ha cercato la soluzione in una mera giustizia legale. Il conflitto s’interrompe solo quando qualcuno non lo trasmette ad un altro, né cerca il colpevole, ma lo consuma in sé e ricrea l’unità col perdono. Questo è un altro spazio da abitare.

Il Crocifisso che assume in sé la separazione e la ferita, diventa Lui uno spazio immenso, aperto, che è in grado di accogliere tutti, soprattutto chi porta nella vita la croce ed anche i lontani da Dio. Ogni uomo, in quanto toccato dal dolore e dal frutto del male, appartiene già al Crocifisso. Anche le persone che, nella sequela del Cristo, prendono su di sé le fratture, diventano luogo di accoglienza senza riserve. Noi siamo chiamati a divenire questa dimora accogliente senza frontiere.

Ancora un’altra “casa” emerge nel Crocifisso. La violenza, l’ingiustizia, non riescono alla fine a rubare la vita a Gesù, perché quella vita Gesù la dona per puro amore e non si può più rubare ciò che è già stato regalato. Il Cristo rivela che il senso della vita sta nel donarla. Il chicco di frumento nella spiga è una realtà bella, ma se non muore rimane solo. Se muore (dona la vita per amore) porta frutto e nasce la comunione.

Sulla terra è il Dio crocifisso il nostro sposo. Lui è l’obbediente, il vergine, il povero.

Le “opere” del Risorto

E questo amore vince anche la morte. Il Crocifisso è il lato nascosto del volto splendido del Risorto. La prospettiva più grande che abbiamo è quella di divenire dimora del Risorto stesso, spazio per la sua presenza. Questo è possibile se viviamo fra noi, reciprocamente, quell’amore che il Cristo ci ha dischiuso sulla croce. La carità reciproca è la casa del Risorto (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”). Anch’io sono stato colpito dalle parole di S. Angela nell’ultimo Ricordo: “L’ultima raccomandazione mia che vi faccio, e con la quale vi prego fino al sangue, è che siate concordi, unite insieme tutte d’un cuore e d’un volere… Perché, se vi sforzerete di essere così, senza dubbio il Signore Dio sarà in mezzo a voi … sarete come una fortissima rocca o torre inespugnabile … ogni grazia che domanderete a Dio vi sarà concessa infallibilmente”. E nel decimo Legato: “Quanto più sarete unite, tanto più Gesù Cristo sarà in mezzo a voi a guisa di padre e di buon pastore… Nè altro segno vi sarà che si sia in grazia del Signore che l’amarsi e l’essere unite insieme…da questo riconoscerà il mondo che siete dei miei, se vi amerete tutti insieme … dove c`è discordia, lì senza dubbio c’è rovina”. S. Angela aveva capito che l’amore reciproco è la “casa” del Risorto. Il Risorto che “rimane fra i suoi fino alla fine dei tempi”, porta sulla terra la stessa vita trinitaria di Dio, il rapporto di amore trinitario vissuto da dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.  Questa è la vita che siamo chiamati a far dilagare sempre più al largo fra le persone.

1. Il Risorto è il vero

Gesù morto e risorto è la verità.  Il primo contributo che le Chiese possono dare all’Europa e alla sua cultura è questa verità, cioè il cristianesimo stesso, il vangelo. Da alcuni decenni ormai parliamo, sulla scia di Giovanni Paolo II, di una evangelizzazione di nuova qualità per l’Europa. Ma chi è capace di dare Dio all’Europa se non Dio stesso? Il Risorto che vive fra noi è il Dio che può dare Dio al nostro mondo. Al cuore del carisma di S. Angela troviamo la dimensione contemplativa che coincide con l’unione nuziale col Cristo. La testimonianza è conseguenza naturale di questa unione, di questo amore. La consacrata secolare vive nel mondo per riportare Dio nel mondo e per riportare a Dio il pezzetto di mondo in cui vive.

Da Lui dobbiamo reimparare quale contenuto dare al concetto di verità invece di imporre a Lui il nostro concetto di verità, spesso ancora segnato dal paganesimo o altre filososfie.

La nostra storia ci sta ponendo una questione culturale che ritengo cruciale: quella del rapporto tra verità e amore o tra identità e dialogo. Penso in particolare all’ambito dell’incontro tra le culture, le religioni e anche all’ecumenismo. Da un parte emerge sempre più chiaramente l’esigenza di riscoprire l’ identità e la verità della propria religione o Chiesa, per realizzare un dialogo autentico, senza derive relativiste o compromessi. D’altra parte emerge il rischio che nel nome della propria verità o identità ci richiudiamo in proprie fortezze,  cominciando a sospettare sul dialogo o sull’amore, fino a derive integraliste anche violente. Se Gesù crocifisso, abbandonato e risorto è il libro completamente aperto, la verità pienamente rivelata, possiamo finalmente scorgere lo scioglimento di questo nodo cruciale. In Lui troviamo la coincidenza della verità e dell’amore, dell’identità e del dialogo. Il Cristo è la verità, ma una verità che si è lasciata inchiodare in croce per amore. Più approfondiamo la verità del Dio crocifisso e risorto, più scopriamo che Lui è la nostra identità, più siamo persone che scommettono sull’amore e sul dialogo. E’ giunta l’ora di arrivare a queste profondità del concetto di verità e di amore. E’ stata una sorpresa, ma logicissima, il fatto che il Papa Benedetto, teologo della verità, abbia dedicato la sua prima enciclica all’amore. 

Il dialogo non è un’altra cosa dalla verità. Occorre approfondire anche il concetto di dialogo.

Cosa non è il dialogo

Il dialogo non è il tatticismo che ha già giudicato la posi­zione dell'al­tro e sa dove lo  vuole condurre. Non è la mera tolleranza, idealizzata dalla cultura laica, illuminista, razionale. Cosa significa "tollerare" la posizione dell'altro se la reputo vera? Non si “tollera” una posizione vera, ma si aderisce a essa! E che amico sarei se tollerassi la posizione dell'altro ritenendola sbagliata? Non si lascia cadere un amico in un precipizio, ma si fa ogni cosa per salvarlo! Il rapporto inteso come tolleranza non affronta la questione veritativa che è decisiva. Il dialogo non è neppure compromesso: se per andare d'accordo devo sacrificare o relativizzare la verità (o parte di essa) ed arrivare ad un uniformismo o un sincretismo o un livellamento che non salva l’interezza della verità, l’identità, le differenze e le libertà individuali, si segue una via che è violenta. Ancora: non è solo dare a ciascuno il suo: anche i cannibali si accordano nel dividere la preda per non sbranarsi a vicenda!

Cosa è il dialogo

Nella parola greca dia-logos,  „dia“ indica distinzione, differenza, separazione: la distinzione è necessaria per un vero dialogo, non dobbiamo aver paura delle differenze che esistono a tutti i livelli. Ma nel dia-logos le differenze non diventano conflitto: il rapporto fra loro diviene lo spazio dell’accadere del „Logos“. Il logos è un discorso nuovo, è un rapporto, ma in ultima analisi il Logos, come sostiene il prologo di Giovanni, è il Figlio stesso di Dio che è diventato carne. Il Logos è il Risorto che “rimane” fra noi. Allora il dia-logos è un vero evento „ontologico“, è il luogo dell’accadere della verità stessa. C’é una pagina del vangelo esemplare per descrivere questo evento del dialogo veritativo: i discepoli di Emmaus (Lc 24). Verso Emmaus camminano due persone che, nonostante la delusione, hanno ancora il coraggio di stare insieme. La loro interrogazione è sulla morte: lo hanno crocifisso, è finita e noi speravamo tanto. Il loro volto è triste e non hanno elementi per superare la loro tristezza. Alla fine sono dei „disperati“: avevano creduto, avevano sperato, ma ora sono disperati. Ma succede la novità: un terzo comincia a camminare con loro, commenta loro la Parola di Dio (diermeneusen) e li invita al suo banchetto. E’ questo terzo che fa comprendere: non basta essere dei bravi teologi! Quando il terzo, cioè la verità, Dio stesso, comincia a camminare con loro e “fa la teologia”, c’è la luce. I due torneranno nella comunità e si riscopriranno chiesa. Tra loro è accaduto il dialogo, il „dia-logos“. Il „dia“ tra loro due è stato il luogo dove il Logos ha parlato. Essi hanno vissuto un'esperienza di verità e questa verità ha coinciso con l'amore. Questo sarà anche ciò che essi racconteranno!

2.  Il Risorto è il buono

Il Risorto porta tra gli uomini l’amore stesso di Dio.

a. Questo amore realizza un’unica famiglia tra tutti i popoli, culture, etnie…La famiglia universale dei credenti è la cattolicità. Nel suo senso più ampio la cattolicità è la possibilità di realizzare una comunione universale, un’unità, senza alcun tipo di frontiera, in modo che le differenze non siano cancellate, ma piuttosto si realizzino nella loro identità. Cattolicità significa universalità. E’ urgente approfondire questa appartenenza alla famiglia universale del cristianesimo per correggere derive nazionalistiche e rispondere alle sfide della globalizzazione e della pace. La realtà di una chiesa “cattolica” è una chance per la rete tra vescovi, famiglie religiose, istituti secolari, parrocchie, associazioni, media… che costituisce. Dai testi che  ho letto sulla vostra vita (specie nella rivista Responsabilità) ho colto come la dimensione della mondialità costituisca il “nuovo tempo” della Compagnia di S. Orsola: questo mi sembra rispondere veramente all’attuale sfida della storia. Essere una rete che sa stare sul confine ed è già è profezia della famiglia universale tra i popoli.

Alcune osservazioni sui confini dell’Europa

L’Unione Europea si è allargata e in realtà nessuno sa con precisione dove stiano i suoi confini.  Pensiamo ai dibattiti in corso circa l’entrata della Turchia nell’Unione e sui rapporti dell’UE con i nuovi vicini di casa: dalla Russia ai paesi dei Balcani, al nord Africa, fino a Israele.

Una grande novità è il recente allargamento verso l’est europeo. Lo scambio di doni tra l’ovest e l’est europei è più un compito che non una realtà già esistente. Le Chiese hanno sempre guardato a “tutta” l’Europa. Esse non amano tanto parlare di allargamento dell’UE, ma piuttosto di “ri-unificazione” dell’Europa o di “europeizzazione” dell’Europa: l’Europa è già quella di tutte le nazioni, dei popoli, delle culture, delle Chiese e non quella di un gruppo di paesi. Con il nuovo sviluppo dell’Unione Europea deve chiudersi il capitolo drammatico di un continente diviso ideologicamente da un muro e aprirsi un nuovo capitolo: un’Europa a due polmoni, secondo la metafora usata in questi decenni da Giovanni Paolo II.

Uno sguardo sul mondo. Parlare di confini significa anche interrogarci sui rapporti tra i  continenti. Le Chiese europee non sono interessate ad un’Europa fortezza, chiusa nel proprio benessere, ma ad un continente che diviene più stabile per meglio realizzare lo scambio di doni con le altre regioni della terra e contribuire alla giustizia e alla pace del mondo. Il vero punto di interesse è la fratellanza universale e non l’esclusivo benessere di un solo continente.

L’Asia sta sempre più velocemente protagonista sulla scena geo-politica-economica mondiale, anche per l’andamento demografico della popolazione mondiale. Basta pensare a nazioni come Cina e India. In Cina abitano un miliardo e mazzo di persone. In India ci sono 46 milioni di studenti universitari. E in Asia i cristiani sono il 3%. Il futuro della storia e del cristianesimo è legato all’Asia. 

Nel mese di febbraio del 2003 sono stato in Colombia per incontrare i responsabili delle Conferenze episcopali dell’America Latina e dei Carabi (CELAM). In America Latina vivono circa la metà dei cattolici del mondo.

Nel novembre 2004 abbiamo realizzato a Roma  un simposio di vescovi europei e africani dedicato alla comune responsabilità soprattutto nei confronti della evangelizzazione. Si registra un certo cinismo politico e economico internazionale che sembrava pronto a lasciare morire l’Africa, mentre il mondo può andare avanti tranquillamente.

b. L’amore del Risorto porta avanti il cammino ecumenico. Oggi tra le Chiese e le comunità ecclesiali non esiste la condivisione di fede sufficiente per celebrare l’Eucaristia insieme, ma nulla ci impedisce di vivere insieme il vangelo, la carità, la collaborazione, la solidarietà. In questo modo si crea lo spazio per la presenza fra noi del Risorto. Nonostante le situazione difficili che tutti conosciamo, vediamo all’opera il Risorto. L’ecumenismo è uscito dalle strutture istituzionalizzate, dalle facoltà, da cerchie ristrette di pionieri e sta diventando un’esigenza di tanti cristiani d’Europa, un fatto “normale” e questo indica che è iniziata una nuova fase del cammino di riconciliazione. Se l’Europa ha esportato nel mondo le divisioni, ora ha la responsabilità di esportare la riconciliazione ritrovata.

In Europa abbiamo una particolare esperienza di collaborazione ecumenica: quella decennale tra la KEK e il CCEE[4]. Essa ha generato una ricca serie di  incontri ecumenici europei. Un frutto recente è la Charta Oecumenica. Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa, un testo che contiene 26 impegni che i cristiani del nostro continente si assumono, per rendere visibile storicamente l’unica Chiesa di Cristo (I.Parte), per crescere nella collaborazione fra loro (II.Parte), per contribuire a plasmare l’Europa (III.Parte). In particolare sono state organizzate le due assemblee ecumeniche europee: la prima a Basilea, nel maggio 1989, sul tema Pace e giustizia; la seconda a Graz (Austria), nel giugno 1997, su Riconciliazione - dono di Dio e sorgente di vita nuova. Ora abbiamo iniziato il cammino della terza assemblea:  unpellegrinaggio in 4 tappe: la prima a Roma nel gennaio 2006; la seconda da realizzarsi a livello  delle singole nazioni europee; la terza a Wittemberg (Germania) all’inizio del 2007 e l’assemblea conclusiva a Sibiu (Romania), paese a maggioranza ortodossa, nel settembre 2007. Il tema va all’essenziale:  La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e unità in Europa». Se veramente sarà un cammino insieme verso l’essenziale, aprirà una fiducia nuova.

c. Il Risorto è capace di far incontrare le religioni. Nella Chiesa questo tema è stato affrontato da decenni, ma la novità è che esso, ora, è affrontato anche dalla politica, dai governi, dalla società civile. Questo può avere un lato positivo, ma contiene anche il rischio che le religioni si ritrovino il dialogo fra loro come un’imposizione, secondo criteri politici, cioè esterni al fatto religioso. La Chiesa deve riprender in mano questo dialogo alla luce della sua grande esperienza. Per realizzare questo senza equivoci o pericolose superficialità, è giunto il momento dell’approfondimento. Se tra persone di diverse religioni si approfondisce la conoscenza, la stima, la collaborazione, la propria identità, la verità, il Risorto può agire.

3. Il Risorto è il bello

Il Risorto è la bellezza eternizzata.

Nonostante tutti i sentieri interrotti, smarriti o anche devianti che l’Europa ha intrapreso, essa ha prodotto enormemente nel campo della cultura, del pensiero e dell’arte ed è stata anche il luogo in cui la cultura si è lasciata rinnovare dal cristianesimo. Nell’Europa ci sono idee impazzite, ma ci sono idee! La nostra responsabilità è di ridare ordine, unità e senso a queste idee. Il Risorto tra i suoi può ispirare la grande opera educativa e culturale di ridare ordine alle idee dell’Europa. Il servizio di S. Angela è stato da subito una grande opera educativa. La regola, i Ricordi, il Testamento di S. Angela contengono insegnamenti basilare per l’opera dell’educatore.

Se viviamo con la presenza del Risorto fra noi, abbiamo anche la possibilità di  guardare la storia con gli occhi del Risorto. Nella storia non vedremo sole le brutture che sono la storia del male, che è la storia falsa,  ma le cose belle, la storia vera, dell’amore. Sarebbe importante che almeno noi cristiani raccontassimo la storia operata dal Risorto e non solo quella del male.

Il Risorto tiene il cielo azzurro aperto sui nostri paesi, sulle nostre famiglie e le nostre vite. Il Risorto ci dice che esiste l’eternità, il paradiso  e quindi la vita va considerata alla luce dell’eternità e non solo degli anni che passiamo su questa terra. Il Paradiso è la nostra vera casa. Questa prospettiva dell’eternità dà una luce nuovissima a tutta la vita.

Il giorno precedente i funerali di Giovanni Paolo Il ero già a Roma e sono andato in Vaticano per vedere se potevo entrare per pregare accanto alla salma del papa. Mi trovavo davanti alla porta S. Anna quando una giovane ragazza “nera”  mi si è avvicinata e  mi ha detto: “mi accompagni a vedere il papa!”. Ho sorriso e risposto: “ci sono forse due milioni di persone che vorrebbero vedere il papa” e anch’io probabilmente non posso entrare. Lei ha insistito: io voglio bene al papa e voglio vederlo e non posso più fare la fila, lei può portarmi dentro!”. Sono stato sorpreso dal suo candore e dalla sua “fede” nei miei confronti! Ho detto a  lei e alla sua amica di provare a seguirmi: siamo riusciti a entrare nella basilica, superando tutti i controlli delle guardie (potenza dell’abito da monsignore!). Alla fine mi hanno ringraziato commosse. Ho detto loro: “forse non ci incontreremo più sulla terra, ma ci diamo l’appuntamento per il paradiso”. Mi hanno guardato con sorpresa e gioia e poi mi hanno riposto: “allora arrivederci in paradiso e lei in paradiso ci va certamente, per il regalo che oggi ci ha fatto”

Il Paradiso compie le nostre esperienze del vero, del bello e del buono che già sperimentiamo su questa terra.

3. Il metodo di evangelizzazione di Gesù di Nazareth

Per concretizzare il metodo di questa nuova evangelizzazione possiamo guardare all’opera evangelizzatrice di Gesù stesso.

Gesù innanzitutto non ha tanto predicato il vangelo, ma è stato Lui stesso il vangelo vissuto, sia nei 30 anni nascosti di Nazareth che nella vita pubblica. Gli evangelizzatori sono chiamati a essere innanzitutto loro stessi un “laboratorio” e una trasparenza del vangelo: per non essere persone che faticano giorno e notte ad arare il campo e poi sono delusi dal non vedere spuntare alcuna pianticella. Per questo occorre una vita armonica e bella (non sempre stressata): è anche pastorale la nostra vita di preghiera, l’aggiornamento, il modo di gestire i soldi, la cura per la casa e l’abito; l’attenzione alla salute; la capacità di comunicare. La vita parla. La una vita di comunione è la prima sorgente della pastorale. Il vangelo è chiaro: “da questo crederanno che siete miei discepoli: dall’amore che avrete gli uni per gli altri”.

Gesù ha evangelizzato le singole persone. Ogni incontro, anche casuale, può essere un evento decisivo di evangelizzazione. Pensiamo agli incontri di Gesù con Zaccheo, con il delinquente “buono” sulla croce… La pastorale richiede la valorizzazione di ogni incontro e ogni persona e implica il seguire personalmente ognuno attraverso direzione spirituale, corrispondenza, dialoghi, confessione… Le persone hanno bisogno che si “perda tempo” per loro.

Gesù ha costituito la comunità dei dodici. Il tempo migliore della vita pubblica è stata dedicata a costituire questa piccola comunità con la vita insieme, la catechesi sistematica, la preghiera… Anche la nostra  pastorale deve tendere al costituire un gruppo capace di vivere con il Cristo e di irradiare poi questa vita.

C’è un altro cerchio di persone “evangelizzate” da Gesù, quello dei 72. Essi diventano anche evangelizzatori. Si procede come a cerchi concentrici.

Gesù quando si è trovato davanti alle folle, ha evangelizzato le folle. Come ha fatto pastorale con i singoli, così ha fatto pastorale con le folle. 

Mi sembra molto liberante e incoraggiante questa grande varietà della metodologia pastorale vissuta da Gesù. Gesù non ha contrapposto sterilmente le forme o i metodi di evangelizzazione e neppure ha contato troppo su teorie e programmi,  ma ha evangelizzato, amando, chi aveva davanti. 

C’è un proverbio arabo che mi piace particolarmente: “Se vuoi tracciare un solco diritto, attacca il tuo aratro ad una stella”. Anche per la pastorale è oggi urgente trovare la nuova stella. Gesù crocifisso e risorto è la stella che ci permette di tracciare solchi diritti nella pastorale  e di dare un contributo per la storia del mondo.

Riprendendo la visione avuta da S.Angela a Brudazzo, siamo chiamate a essere una scala che collega  la terra e il cielo.


[1] F.Nietzsche, Genealogia della morale, III, 28.

[2] Dato che non sono chiari i confini dell’Europa, non sono anche chiare le statistiche. Queste si riferiscono al 2003. Vedi Annuario demografico dell’ONU 2003. Vedi anche Annuario statistico della Chiesa cattolica del 2003.

[3] F.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Della redenzione.

[4] La Conferenza delle Chiese d’Europa (KEK) riunisce 126 Chiese e comunità ecclesiali europee ortodosse, riformate, anglicane, libere, vecchio-cattoliche e protestanti. Al Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) appartengono le 34 attuali Conferenze cattoliche del continente.

 

OMELIA  (TORNA SU)

Assemblea Generale della Federazione

della Compagnia di San t’Orsola -18 luglio 2006

Sua Em. Rev.ma il Signor Cardinale Franc Rodé, C.M.

Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita  consacrata e le Società di vita apostolica

Carissime Figlie di Sant’Angela,

chiamate, per dono singolare,

voi affidato per speciale concessione della Divina Maestà,

ad essere vere ed intatte spose del Figliol di Dio,

per intercessione della Vostra Santa Fondatrice

la pace e la gioia del Risorto e la presenza del suo Spirito siano sempre con voi!

1.         Vi ringrazio di cuore per avermi invitato a presiedere questa Celebrazione Eucaristica durante l’Assemblea Ordinaria che state vivendo in questi giorni; ringrazio in modo particolare la Presidente della Federazione della Compagnia di Sant’Orsola, Caterina Dalmasso, e il Suo Consiglio, insieme a voi tutte.

2.         Un’assemblea elettiva è un momento speciale di grazia e di luce in cui un Istituto è chiamato ad eleggere i propri Superiori e a discernere, alla luce dello Spirito, le modalità adeguate per custodire e rendere attuale, nelle diverse situazioni storiche e culturali, il proprio carisma ed il proprio patrimonio spirituale. Nelle difficoltà e nei timori del momento presente è importante riscoprire la propria missione e viverla alla luce delle attuali esigenze della Chiesa e del mondo.

            Invochiamo l’azione vivificante dello Spirito affinché siate consapevoli del compito che vi è donato, docili al suo soffio vivificatore, pronte a fare esperienza viva di Cristo Signore che racchiude in sé e sprigiona una formidabile carica missionaria perché accenda e faccia crescere in ciascuna l’irresistibile bisogno di comunicarla e di donarla al mondo.

3.         Quale frase guida, motto della Vostra Assemblea, quasi un itinerario per li cammino di questi giorni, avete scelto una frase di Sant’Angela Merici: Senza dubbio vedrete cose mirabili. Quali sue autentiche figlie, oggi siete chiamate ad essere sempre più consapevolmente spose fedeli, specchio luminoso del Volto del Signore Gesù, servizio dei fratelli lungo le strade della vita, testimoni del primato dell’ amore e consapevoli del fatto che, consacrate dall’amore per lo Sposo divino, è necessario approfondiate e orientale a Cristo, con fedeltà creativa, la vostra missione e il vostro apostolato.

4.        Portate avanti il delicato compito che Vi spetta e, sotto la guida dello Spirito Santo, aiutate le Vostre sorelle affinchè rendano nella Chiesa una eloquente testimonianza di amore a Cristo, di dedizione a Lui, secondo le caratteristiche che vi sono proprie.

Il primo compito di ogni cristiano e, a fortori, di ogni consacrato è mettersi alla sequela del Signore Gesù. Una sequela pronta, attenta, dinamica. Una sequela che scaturisce dalla contemplazione, dal tenere fisso lo sguardo sul suo Volto.

L'amore di Cristo, l'incontro con lui, a chi lo sperimenta manifesta il suo carattere speciale, che è indispensabile, insostituibile, necessario, sine me nihil potestis facere (Gv 15,5), che è questione di vita o di morte; manifesta che non est in alio salus (At 4, 12), che lui è l'unico, il necessario, l'immancabile, che in tutte le infinite possibilità di un atto di amore, lui è l'unico degno, l'unico a cui non si può, non si deve rinunciare.

Questo amore, si nutre della preghiera, in cui portiamo l'esperienza più viva, più autentica, più personale che ci è possibile. Questo amore si nutre della fedeltà. Da questa contemplazione nasce l'urgenza di una conversione profonda e costante, che richiede di rinnovare la vostra attenzione amorosa verso Dio, in modo che possiate incontrarLo nella preghiera quotidiana, nell'esperienza sacramentale, nell'ascolto attento della Parola.

La pericope evangelica che abbiamo ascoltato ci ha presentato il duro rimprovero di Gesù contro le città che non accolgono la sua parola. Sono tre città della Galilea - Corazim, Betsaida e Cafarnao - che, pur avendo ascoltato la predicazione di Gesù, accompagnata da tanti miracoli, rimangono fredde e insensibili, senza aprire il loro animo. Per sottolineare ancor maggiormente la loro colpevolezza, Gesù utilizza il paragone con altre città pagane conosciute specialmente per i loro peccati, come Tiro e Sidone, Sodomia e Gomorra. Mostra come queste città, pur corrotte da tanti vizi, avrebbero avuto un contegno diverso, più accogliente e rispettoso, se non altro per i miracoli che avrebbero visto operare da Gesù.

Guai a noi se, nonostante le cose mirabili che il Signore continuamente ci chiama a contemplare, trasciniamo la nostra vita nella tiepidezza, la nostra quotidianità in un banale scorrere nel tempo, la nostra scelta di verginità come assenza, la nostra obbedienza come limitatezza, la nostra povertà come mancanza di beni.

5.         In un mondo che vorrebbe essere una grande famiglia umana che abbraccia le differenze e la pluralità, siamo attraversati da tanti conflitti e intolleranze sociali, politiche e religiose. La sensibilità contemporanea è caratterizzata dalla ricerca della pace e della giustizia, della solidarietà e del dialogo, dell'ecologia e della dignità delle persone ma è anche percorsa dalla crisi delle identità rigide e delle autorità. Nelle luci e nelle ombre del presente occorre che, come consacrati, non perdiamo di vista i punti di riferimento evangelici e vigiliamo come sentinelle.

            La situazione attuale ci chiede di affondare ancora e sempre le nostre radici nel lieto annuncio evangelico di Gesù Cristo, che ci rivela il volto compassionevole del Padre. In un mondo dominato dalla produzione, dal controllo e dal fare siamo chiamati a vivere il primato della contemplazione e della gratuità. Nei processi di omologazione, di emarginazione e di contrapposizione in atto siamo invitati a coltivare il primato della persona, in dialogo con la comunità, nell'accoglienza di coloro che sono alla ricerca di un senso, di un ascolto, di un respiro di libertà e di speranza. Ancor di più, voi, che avete scelto di vivere la vostra consacrazione immerse nel mondo, siete chiamate ad offrire al mondo un surplus di amore, un di più di dedizione, una misura colma, traboccante, di amore e di testimonianza.

6.         Il Santo Padre ha offerto alla Chiesa tutta la sua prima Lettera Enciclica Deus Caritas est. Proprio all'inizio di questo suo scritto Benedetto XVI ha delineato il compito che si prefigge, il desiderio del suo cuore di padre e pastore: «suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all'amore divino» (Deus Caritas est n. 1).

            Ecco il nostro compito come consacrati, ecco il vostro compito di Angeline, suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno perché l'uomo risponda con amore all'amore ineffabile con il quale Dio ci ha amati. Per far questo non dobbiamo dimenticare, prosegue Benedetto XVI, che «chi vuoi donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può - come ci dice il Signore - diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr. Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere sempre di nuovo, a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr. Gv 19, 34)» (Deus Caritas est, n. 7).

            E il mezzo per incontrare Cristo Gesù e abbeverarsi alla sorgente del suo amore è la preghiera: «Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell'emergenza e sembra spingere unicamente all'azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo» (ivi, n. 37).

7.         Lasciatevi guidare dallo Spirito Santo affinchè sia Egli stesso a darvi l'impulso nella vostra fedeltà creativa. Il vivere gioiosamente e generosamente la vostra consacrazione e l'amore fraterno nelle vostre Compagnie si tradurranno in un invito a quanti ricercano la sequela radicale di Gesù nella vocazione secolare. Dalla vostra vita si sprigioni la testimonianza:

•   testimonianza, innanzitutto, della coerenza sincera con il vangelo e col carisma del vostro Istituto: ogni cedimento al compromesso è una delusione per chi vi avvicina.

•   testimonianza, poi, di una personalità umanamente riuscita e matura, che sa entrare in rapporto con gli altri, senza prevenzioni ingiustificate né ingenue imprudenze, ma con apertura cordiale e sereno equilibrio;

•   testimonianza, infine, della vostra gioia, una gioia che si legga negli occhi e nell'atteggiamento oltre che nelle parole, e che manifesti chiaramente a chi vi guarda la consapevolezza di possedere quel "tesoro nascosto", quella "perla preziosa", il cui acquisto non fa rimpiangere di aver rinunziato a tutto, secondo il consiglio evangelico (cf. Mt 13,44-45).

8.         Carissime Figlie di Sant'Angela, invoco su ciascuna di voi la pienezza di ogni benedizione.       Signore Gesù, tu hai detto una volta Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv 14, 9), fa' che ciascuna Figlia di Sant'Angela Merici, possa essere, pur nella piccolezza della nostra natura umana, un riflesso dell'amore del Padre, un piccolo raggio della sua luce e per poter irradiare nel mondo, che hanno assunto in pieno come campo di apostolato e di missione, un raggio di bontà, di perdono, di speranza, di gioia, di fiducia e di servizio generoso verso gli altri.

            Fa' che ricordino sempre la propria vocazione, la propria dignità, il privilegio insigne di essere inserite nella Trinità divina e di essere state scelte e predilette come tue spose, e questa consapevolezza le aiuti a vivere intensamente la realtà che la fede offre, e le persone che incontrano quotidianamente nel loro cammino, forse meno privilegiate, possano ricevere un influsso benefico del tesoro di grazia loro elargita.

            Ti preghiamo anche per coloro cui arriverà questa irradiazione, affinchè non tanto con le parole quanto con la vita, essi possano percepire la bellezza della vocazione cristiana, della fede, della speranza e della carità di Cristo, e possano sentire il fascino di essere da te teneramente amati.

9.         Sant'Angela Merici, vi mostri la via, vi sorregga in ogni passo, interceda per voi perché possiate giungere dove il vostro Sposo divino vi conduce. amen.