EVENTI

CONVEGNO 2007 BICENTENARIO CANONIZZAZIONE

 

BICENTENARIO CANONIZZAZIONE

ANGELA MERICI

Tenete l’antica strada…
  E fate vita nuova

 

Angela Merici - Ricordo 7, 22

 

CONVEGNO INTERNAZIONALE

 

Salesianum

Roma 22-26 maggio 2007

INTRODUZIONE

Otre i monti e oltre i mari…

            La riflessione sulla santità di Angela Merici, si è arricchita con i preziosi contributi che ci sono stati offerti dal Convegno Internazionale della Federazione che si è svolto a Roma dal 22 al 26 maggio 2007.

            Ora tutti i contributi, sia dei Relatori che dei Celebranti, nonché delle Sorelle di diverse Compagnie, ci vengono offerti perché sia accresciuta la nostra conoscenza al servizio di  un ulteriore approfondimento personale e di Compagnia.

            Nel proporvi questi  “ATTI”, mi sento sollecitata a qualche nuova considerazione sulla Bolla di Canonizzazione del Santo Padre Pio VII.

            La Chiesa si fa interprete e garante di questa santità, che nella vita di Angela, era palese “Tutti osservavano l’ incremento della santità della Serva di Cristo;” (par. 5). Quel “tutti” sta a indicare che la testimonianza di fede e di amore di Angela era “visibile”.     Il suo rapporto con l’ “Amatore”, custodito gelosamente nel cuore e alimentato costantemente nella preghiera e nella penitenza corporale che si “accresceva” (par. 5), si traduceva in gesti concreti di benevola attenzione, in comportamenti di dedizione alle persone che a lei si rivolgevano.

            La sua cura e “…tutto ciò che fece con assiduità e zelo” (par. 6), negli ultimi anni della sua vita si rivolse particolarmente a quelle “Figlie e Sorelle” che riunì intorno a sé per formare quel “roseto” che spargesse nel mondo il profumo di Cristo.

            Le indicazioni dettate per loro nella Regola e negli altri scritti, sono chiare: “…nelle case si comportino bene,  con buon criterio, con prudenza e modestia;” (5° Ric, 6).

“E cerchino di mettere pace e concordia dove si troveranno.” (5° Ric, 16)

“E che siano per tutti un profumo di virtù.” (5° Ric, 14)

            La descrizione della fondazione di  “…quell’ Istituto importantissimo…” (par. 8), che è la sua Opera, è la parte centrale della Bolla di canonizzazione.

            Il riconoscimento ecclesiale della santità di Angela è sostenuto e motivato particolarmente dalla sua Fondazione.

            I lunghi anni dell’ attesa e del discernimento, hanno chiarito in Angela il senso e la finalità dell’ Opera che Dio le “comandava” e che le aveva fatto vedere in visione.

            Così, “…proponendo a sé stessa unicamente la gloria di Dio e la salute eterna delle anime (…) prese a radunare in casa sua quelle fanciulle, le quali, quantunque desiderose di cristiana perfezione, tuttavia non volessero abbracciare la vita regolare” (par. 8).

            A queste Figlie e Sorelle, Angela propone un cammino di santità che trova nei consigli evangelici i punti immutabili di riferimento: “…prescrisse di custodire strettamente la verginità, e specialmente raccomandò la solitudine, l’obbedienza, la mortificazione spirituale e corporale, la carità, la frequenza ai sacramenti…” (par. 8).

            Ripensiamo alle parole del S. Padre Giovanni Paolo II “…un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio  che è la  <<teologia vissuta>>  dei santi.” (NMI, 27)

            La  “teologia vissuta” di Angela Merici è semplice e alta: “Nel nome della Beata e indivisibile Trinità” (R pr, 1): questa “Presenza” è la trama su cui Angela costruisce il tessuto della sua esistenza feriale e ordinaria; “Presenza” che lei addita alle Figlie e Sorelle che costituiranno il primo nucleo intorno a lei e a quelle, numerosissime, che verranno in seguito.

            “Non era ancor passato un anno dalla fondazione, quando (…) fu approvata la Regola dalla Ecclesiastica autorità di Brescia;” (par. 9)

            Il mandato é portato a termine: Angela ha compiuto l’impresa che Dio le aveva affidato e con “…rapido progresso…” (par. 9) l’ Istituto  “…si propagò in altri regni, in altre province, oltre i manti e oltre i mari.” (par. 9).

            Sembra di “vedere” l’ Opera che ora cammina da sola, ma così non è!

            L’ Istituto continua a propagarsi “…oltre i monti e oltre i mari…” e al timone c’è sempre lei, la “sorella Angela”  “…serva indegna di Gesù Cristo” (Ric pr, 1) “…il quale, nella sua immensa bontà, mi ha eletta ad essere madre, e viva e morta, di così nobile Compagnia” (3° Ric, 4).
 Maria R

Roma, Salesianum 22/05/2007 Celebrazione Eucaristica di inizio convegno

Omelia don Adriano Tessarollo

Assistente Consiglio Federazione

Siamo convenuti in questi giorni a Roma per la ricorrenza del SECONDO CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE DI SANT’ANGELA MERICI.
Siamo nella settimana tra la festa dell’Ascensione e della Pentecoste, nella quale continuamente la liturgia eucaristica e quella delle Ore ci invita ad invocare lo Spirito, per rivivere oggi l’atteggiamento degli apostoli e di Maria, riuniti nel Cenacolo in attesa del compimento della grande promessa del Signore Gesù.
Questi giorni che vedono riunite qui Roma molti membri della famiglia mericiana nella settimana preparatoria alla Pentecoste, mi spinge a richiamare l’invito che Sant’Angela scrive al cap. IV della Regola : “…si digiuni dopo l’Ascensione, ogni giorno, e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo, cioè fino alla pasqua di maggio, domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesù Cristo a coloro che ha eletto e che sono in buone disposizioni”.Le pagine del vangelo di Giovanni, che la liturgia ci propone in questi giorni ci rimandano alle stesse promesse di Gesù nell’imminenza della sua dipartita da questo mondo: ci saranno sì tribolazioni per i suoi discepoli nella loro missione nel mondo, ma essi saranno sostenuti, incoraggiati, difesi e guidati dallo Spirito Santo.
Le pagine invece degli Atti degli Apostoli, pure proposte in questa settimana, ci mostrano il cammino della giovane Comunità del Discepoli di Gesù, segnato dalle fatiche da essa vissute nell’annuncio del Vangelo, ma anche la certezza sperimentata della guida e presenza dello Spirito: l’apostolo Paolo afferma infatti: “Ora avvinto dallo Spirito io vado a Gerusalemme…So soltanto che lo Spirito Santo mi attesta in ogni città che mi attendono catene e tribolazioni…”.
E’ la testimonianza apostolica che lo Spirito promesso del Signore ora accompagna la Chiesa.Sant’Angela nei suoi Scritti, ben 9 volte fa riferimento allo Spirito Santo, sia come dono da chiedere e attendere nella preghiera, sia come persona e azione che guida la Chiesa e la Compagnia stessa. Allo Spirito essa deve ricorrere nelle difficoltà e nelle necessità dovute al cambiare dei tempi e delle situazioni. Lo stesso motto scelto per  questo bicentenario “Tenete l’antica strada e fate vita nuova” ha al suo centro l’azione e la guida dello Spirito Santo, come recita il Settimo Ricordo,22: “Tenete l’antica strada e usanza della Chiesa, ordinate e confermate da tanti Santi per ispirazione dello Spirito Santo. E fate vita nuova”.
L’azione dello Spirito che ‘fa sentire la sua voce’ e ‘insegna ogni verità’ richiede disponibilità all’obbedienza e purezza di coscienza: “E soprattutto: obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo lo Spirito Santo ci suscita nel cuore; sentiremo la sua voce tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza. lo Spirito Santo, infatti è colui che (come dice Gesù Cristo) «Docet nos omnem veritatem», cioè insegna a noi ogni verità(Regola,Cap. VIII,14-16 - Dell’obbedienza). 
Il discernimento che continuamente è richiesto per camminare nella storia va fatto ricorrendo principalmente alla guida dello Spirito Santo: “…fate in modo di riunirvi…e provvedere ad ogni cosa, secondo che lo Spirito Santo vi ispirerà(Dal Testamento, Settimo legato,7; “Qui non voglio che cerchiate consigli al di fuori; fate solamente fra voi, secondo che la carità e lo Spirito Santo vi illumineranno e detteranno…” (Nono legato,5-7); “Se farete fedelmente queste ed altre simili cose, come vi detterà lo Spirito Santo, secondo i tempi e le circostanze, rallegratevi e state di buona voglia” (Ultimo legato,14).
Ma  lo Spirito Santo va anche atteso, invocato, pregato obbedito: “Sesto: si digiuni dopo l’Ascensione, ogni giorno, e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo, cioè fino alla pasqua di maggio, domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesù Cristo a coloro che ha eletto e che sono in buone disposizioni”(Regola, Cap. IV,14 - Del digiuno).
Lo Spirito si concretizza in chi lo chiede e lo accoglie attraverso i suoi doni che determinato il comportamento stesso: “Poi, a Prima dica sette paternostri, e sette avemarie per i sette doni dello Spirito Santo(Regola, Cap. V,13 - Dell’orazione); La fortezza e il vero conforto dello Spirito Santo siano in tutte voi” (Dai Ricordi, Lettera proemiale, 3).

Anche la preghiera personale deve essere caratterizzata dall’assidua invocazione dello Spirito: “…si chiudano nella loro camera e là preghino come e quanto lo Spirito e la coscienza glielo detteranno” (Regola  Cap. VI, 7 - Della Messa quotidiana).

Ecco dunque l’invito di Angela alla Compagnia: lasciarsi guidare dallo Spirito che ‘detta’, ‘ispira, ‘insegna’ e ‘illumina’, ‘ da forza e doni’, ma bisogna anche pregarlo, attenderlo, obbedirgli.                            
 

Roma, “Salesianum” - pomeriggio 23 maggio 2007

 

SALUTO E PRESENTAZIONE

MARIA RAZZA

PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE

 E’ il momento bello e importante del saluto e dell’ accoglienza! Benvenuti a tutti! Alle Direttrici delle Compagnie e a tutte le Figlie;A don Adriano Tessarollo  Assistente del Consiglio della Federazione e a tutte le Consigliere,  ai Reverendi Assistenti e agli Amici che amano e condividono con le Figlie e le Compagnie un carisma antico e sempre nuovo!
Ai Relatori che con la loro specifica competenza ci aiutano ad interrogarci e a riflettere.
Il nostro Convegno ha già avuto un ”prologo” importantissimo nella mattinata che abbiamo passato insieme all’ udienza del Santo Padre!
Vorrei che tutti vi sentisti accolti con gioia grande dal Consiglio della Federazione e da me personalmente!
Vorrei  che in questi giorni potessimo insieme “sperimentare più intensamente tra noi la presenza di intercessione della Fondatrice”! (Cost. n° 15)L’occasione è unica: il Bicentenario di Canonizzazione di ANGELA MERICI !
Ci siamo sentite interpellate con forza a fare memoria di questo riconoscimento e onore solenne che la Chiesa, il 24 maggio 1807, nella persona del santo padre Pio VII  ha tributato a  Sant’ Angela Merici e la Federazione ha ritenuto che il modo più vero e bello fosse di proporre questo Convegno Internazionale.
Qui, in questa Chiesa locale dove vive il successore di Pietro, presso la tomba del Primo degli Apostoli,  dove Sant’ Angela stessa si è recata in pellegrinaggio per testimoniare la sua unità con la Sede Apostolica, anche noi  desideriamo esprimere la nostra unità e la nostra filiale docilità al Santo Padre, sentirci  membra vive della nostra Chiesa  e “fare festa” alla  Santa Madre Angela.
L’ occasione del Convegno ci offre l’opportunità di riflettere sulla santità di Angela Merici, ma ci stimola altresì a interrogarci sul nostro cammino di santità, personale e di Compagnia: sarebbe di “poco giovamento” per noi, se non ci sentissimo stimolate a imitare la santità della nostra  Santa Madre nel conformarci sempre di più all’“Amatore”, secondo il criterio che Lei ci ha indicato: “tenete  l’ antica strada e fate  vita nuova”!
E’ con questi desideri e auspici che auguro a tutti di vivere questi giorni nella gioia, godendo della vicinanza reciproca nella fraternità !Ringrazio di cuore tutte quelle persone, consigliere della Federazione e altre collaboratrici e collaboratori, che si sono impegnati con grande generosità e sacrificio nell’organizzazione di queste giornate e a tutti, nuovamente rinnovo il mio saluto cordiale e affettuoso benvenuto!La Presidente comunica la partecipazione di sorelle, gruppi e Compagnie del mondo intero che non hanno potuto partecipare al Convegno e che esprimono la loro vicinanza e la loro preghiera.

           

don Arturo Bellini

 

Duecento anni di santità

(La canonizzazione di Angela Merici:

contesto storico e attualità)

 

Don Ennio Apeciti  Responsabile servizio

per le Cause dei santi – diocesi di Milano

Schema

1.                              Il fatto della canonizzazione

2.                              Perché Pio VII canonizza? Gli elementi spirituali di Angela Merici

a.                                           La canonizzazione come esemplarità

b.                                          Gli elementi spirituali di Angela Merici posti in rilievo da Pio VII

c.                                           Il pontificato di Pio VII: i tempi difficili della sua elezione

3.                              Quando Pio VII canonizza? Il contesto storico della canonizzazione:

a.                                           I Concordati

b.                                          Soppressione degli Stati Pontifici

c.                                           Il culto dell'imperatore: san Napoleone

d.                                          Il culto dell'imperatore: il Catechismo Napoleonico

e.                                           Le soppressioni degli Ordini religiosi "tradizionali"

4.                              Per chi Pio VII canonizza? Il magistero di Pio VII

a.                                           L'importanza della formazione dei giovani.

b.                                          Una spiritualità non giansenista, ma rasserenante.

c.                                           La novità della consacrazione religiosa

d.                                          I frutti della canonizzazione: i nuovi Istituti.

IL FATTO DELLA CANONIZZAZIONE

Per svolgere questa relazione, mi sono posto alcune domande a partire dal fatto che ci ha convocati qui: duecento anni fa, il 24 maggio 1807, papa Pio VII canonizzò Angela Merici (1470 - 1540).

Non era - sappiamo bene - un avvenimento di poco conto: i processi canonici allora erano tanto impegnativi che proprio per ovviare alla loro impressionante durata - che si vede bene nello stesso Processo di sant'Angela ([1]) - si introdusse la categoria della beatificazione, il permesso, cioè, di cominciare a venerare una persona, la cui santità era certa, in attesa che il severo iter canonico fosse esaurito. Una severità comprensibile, se riflettiamo che la canonizzazione di una persona coinvolgeva e coinvolge - secondo non pochi studiosi - la categoria stessa dell'infallibilità pontificia.

PERCHÉ LA CANONIZZAZIONE?

Preso atto del motivo del nostro incontro, della canonizzazione di Angela Merici, mi ponevo una prima domanda: perché Pio VII canonizzò la Merici? Cosa trovò in lei? Cosa intendeva proporre alla Chiesa attraverso la canonizzazione di questa donna umile e coraggiosa, che anticipò di secoli alcune intuizioni?

La canonizzazione come esemplarità

La canonizzazione, infatti, non è mai solo la concessione di un "onore", di un "culto"; non è tanto o solo il "riconoscimento" che il candidato - il Beato o il Santo - si è comportato in modo tale da dover essere premiato con quello che amo chiamare il "cavalierato" o il "monsignorato" del Cielo.

La canonizzazione più ancora che rivolta al Santo o alla Santa è rivolta a noi, credenti ancora in cammino.

Una persona viene proclamata beata o santa "per noi", perché possa essere per noi di esempio e di incitamento, secondo la celebre espressione attribuita ad Agostino: «Si iste et ille, cur non ego? Se questi e quegli, perché non io?».

Non a caso Pio VII nella Bolla di canonizzazione, ricordava che Angela Merici, adornata da Dio «di doni meravigliosi», aveva fondato la Compagnia di sant'Orsola, «che qual roseto nei giorni di primavera profuma la Chiesa col profumo soave delle sue virtù» ed ha bene meritato «fin qui dell'educazione delle fanciulle, e bene meriterà con la grazia di Dio anche negli anni futuri» ([2]).

E proprio per questo la Bolla - more solito - conteneva una sintetica descrizione della vita della Santa, «affinché tutti i fedeli siano stimolati ad imitarne le virtù, e specialmente la degna progenie di tanta genitrice».

Sarebbe, dunque, interessante, anche solo sondare gli elementi della spiritualità di Angela Merici messi in luce da Pio VII.

Già qui saremmo rinviati a considerare la sua persona, il suo pontificato drammatico e ciò che proprio in quei frangenti egli volle coltivare e proporre ai credenti.

Gli elementi spirituali di Angela Merici posti in rilievo da Pio VII

È interessante leggere il testo della Bolla di canonizzazione. L'incipit è solenne:

«La Sapienza dell'eterno Padre, l'Unigenito Figlio di Dio, nel promulgare la Legge Nuova, [¼] insegnò che due sono i comandamenti nei quali è contenuta tutta la legge e i profeti, il primo e il più grande è quello dell'amore di Dio e il secondo è simile al primo, per il quale ci viene comandato di amare il prossimo come noi stessi. E in verità la carità del prossimo non può essere perfetta, se non viene accesa da quel fuoco divino, con cui si ama Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, tanto che l'apostolo Paolo, esortando gli uomini a servirsi a vicenda per mezzo della carità, disse che tutta la legge è riassunta da queste poche parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"» ([3]).

Questa "sollecitudine dell'amore" o "della carità" è cosa talmente connaturata ai cristiani che ne percorre tutta la storia: la storia della Chiesa è in effetti una storia della carità, come ci ha ricordato recentemente Benedetto XVI nella sua prima enciclica, Deus caritas est. Dai suoi primi tempi, come ci attesta l'esortazione di Clemente Romano ai Corinzi nel 96 circa:

«Conserviamo sano e integro il corpo che noi formiamo in Gesù Cristo: ... il forte si curi del debole e il debole rispetti il più forte; il ricco soccorra il povero e il povero ringrazi Dio di avergli fatto trovare chi supplisce alla sua indigenza» (1 Clem 38).

E più tardi ecco l'anonimo scritto A Diogneto  (II ex.-III inc), indirizzato ad un amico pagano, Diogneto, forse un alto personaggio romano in Egitto, che era alla ricerca della verità. L'Autore sconosciuto poteva scrivere all'amico:

«Non meravigliarti che un uomo possa diventare imitatore di Dio: lo può perché Egli lo vuole. Non lo si imita certo né si è felici dominando il prossimo o cercando di possedere più degli altri, o arricchendosi e tiranneggiando gli inferiori: tutte queste cose sono lontane dalla sua grandezza. Ma chi prende su di sé il fardello del prossimo e cerca di servire anche gli inferiori; chi donando ai bisognosi ciò che gli fu dato, diventa come un Dio per i suoi beneficiati, costui è imitatore di Dio» (n. 10).

Il modello, dunque, cui ci si ispira è lo stesso Signore e la fraternità, cui Egli ci ha chiamati.

Non possiamo dilungarci. Ci basti solo ricordare che lo stesso imperatore Giuliano, detto poi "l'Apostata" (331-363) sollecitò i sacerdoti pagani a prendere esempio dalla carità dei cristiani:

«Mentre nessun Giudeo chiede l'elemosina, mentre gli empi Galilei nutrono i propri poveri ed i nostri, è vergognoso sapere che i nostri poveri sembrino sprovvisti di ogni aiuto da parte nostra» (Epist. 84).

Nella storia della Chiesa - scrisse Pio VII nella Bolla di canonizzazione - non sono mai mancati coloro che

«dimentichi di tutte le loro cose, cercano solamente le cose di Dio, si consacrano alle necessità spirituale e temporali del prossimo, si fanno servi di tutti» ([4]).

Questo «nugolo di testimoni» (Eb 12, 1) è formato da uomini e donne, tanto più queste ammirevoli, perché

«furono adorne di una fortezza singolare di animo, tanto da votarsi completamente al sollievo delle necessità del prossimo, e specialmente consacrandosi alla pia e santa educazione delle fanciulle, donde tanto bene derivò alla religione e alla società stessa» ([5]).

Proprio per questo motivo Pio VII aveva decretato la canonizzazione della Beata.

Nel presentarne la vita, Pio VII mise in rilievo - com'era costume della spiritualità del tempo - il singolare spirito di penitenza di sant'Angela, i molti ed asperrimi digiuni, l'uso del cilicio, il ricorso al flagello, la scarsa cura del suo aspetto fisico, ma anche il suo amore per l'eucaristia e la comunione frequente, per la quale rinunciò anche ai beni paterni.

Forse in questa sottolineatura della comunione frequente in tempi nei quali ci si accostava «raramente alla Sacra Mensa» dipendeva dalle venature di giansenismo ancora presenti nella spiritualità della Chiesa dei primi decenni dell'Ottocento, e non solo allora.

Non era, d'altra parte, una vita di penitenza ripiegata su se stessa: le rinunce non erano finalizzate ad altro che ad una più intensa carità:

«Detratta la sua tenuissima porzione quotidiana, dava ai poveri ciò che le sopravanzava, specialmente agli ammalati, nel servire i quali soprattutto gioiva» ([6]).

Anche questo va notato: il Papa ammirava, dunque, la sintesi di sant'Angela per la quale non si trattava solo (o tanto) di fare penitenza, ma anche (o soprattutto) di fare carità; non tanto di vivere una vita di aspra penitenza, ma piuttosto una vita di intensa carità.

Un altro aspetto il Papa rilevava e potremmo chiamarlo "la dimensione missionaria", la "testimonianza nel mondo".

Non a caso il Papa diceva che quello di sant'Angela era per lui un «Istituto importantissimo», poiché finalizzato a sostenere quelle donne ([7]),

«le quali, quantunque desiderose di cristiana perfezione, tuttavia non volessero abbracciare la vita regolare, e si opponesse (l'Istituto) agli errori e ai vizi di quel secolo» ([8]).

Non a caso Pio VII ricordava - precisava - che l'agile Regola di sant'Angela da una parte non comportava «nessuno di quei voti che sono sostanziali nella Professione Religiosa»; dall'altra parte (la Regola) prescriveva

«di custodire strettamente la verginità, e specialmente la solitudine, l'obbedienza, la mortificazione tanto spirituale che corporale, la carità, l'orazione, la frequenza dei sacramenti e gli altri doveri di pietà» ([9]).

Personalmente penso che al posto di «solitudine» si dovrebbe dire «raccoglimento interiore» e al posto di «mortificazione» si dovrebbe parlare di «sobrietà». Con tale traduzione si evidenzierebbe la vivacità ed attualità della proposta di sant'Angela, quella stessa che Pio VII con evidenza andava sottolineando nella Bolla di canonizzazione.

Dunque non era un istituto religioso tradizionale, ma di essi aveva lo spirito ed il cuore: questa era la novità intuita da Angela Merici e riproposta dal Papa.

Era l'ideale che Pio VII intravedeva nella Santa: i frutti ci furono, come vedremo.

Il pontificato di Pio VII: i tempi difficili della sua elezione

Forse vale la pena ricordare che Pio VII il 24 maggio 1807 canonizzò insieme ad Angela Merici, Francesco Caracciolo, Benedetto da S. Filadelfio, Coletta Boilet e Giacinta Marescotti.

Anche solo questo dato ci può far riflettere. Non era allora - due secoli prima di Giovanni Paolo II - una cosa normale: le canonizzazioni erano avvenimenti eccezionali, solenni ed avvenivano singolarmente, proprio per proporre al Popolo di Dio la spiritualità e la figura del nuovo Santo con il massimo dell'attenzione.

Ma i tempi erano stati difficili e la stessa canonizzazione di sant'Angela aveva dovuto attendere diciassette anni (era stata indicata da Pio VI già nell'agosto 1790).

Tempi difficili, che erano stati superati, quindi sant'Angela appariva foriera di nuova speranza, accompagnava gli incerti passi del papa che nessuno pensava avrebbe potuto esserci, dopo che Pio VI (1775-1799), quasi a completare la somma di umiliazioni che caratterizzò il suo pontificato ([10]) era morto il 29 agosto 1799, solo ed ufficialmente «prigioniero dei francesi» ed «in prigione», perché tale era stato dichiarato il palazzo abbandonato di Valence nel Delfinato, nel quale il papa fu rinchiuso con la proibizione di vedere chiunque.

Per mesi la salma del Papa – con la benevola condiscendenza delle autorità locali - rimase nella cappella del palazzo ([11]), con la speranza di poterla riportare a Roma, sino a che in dicembre giunse da Parigi l’ordine di seppellirlo nel cimitero del paese con un semplice monumento funebre ([12]), ma anche in questo caso la gente del luogo inventò una serie continua di rinvii per evitare di dare esecuzione all’ordine.

Vale la pena ricordare come un giornale parigino commentò la notizia della morte del papa:

«La morte di Pio VI ha in certo modo impresso il suggello alla gloria della filosofia dell’età nuova» ([13]).

Ed effettivamente Roger Aubert, concludendo il capitolo su Pio VI nella Storia della Chiesa di Hubert Jedin, scrive:

«(alla morte di Pio VI) praticamente dei vecchi organismi della S. Sede non sussisteva più nulla: il funzionamento della Curia era completamente disorganizzato, il Sacro Collegio disperso, parecchi cardinali incarcerati. Non c'era da meravigliarsi se molti ... credettero che con Pio VI fosse sparito lo stesso papato» ([14]).

Ancor più suggestiva è la pagina conclusiva della monumentale Storia dei Papi di Ludwig von Pastor:

« (Con la morte di Pio VI) si credeva di poter tenere sul papato discorsi funebri, di poter celebrare allegramente la sua fine perpetua. I nemici della Chiesa erano pieni di giubilo, perché la coccarda era sulla tiara papale, gli stendardi della democrazia sventolavano sul sepolcro pontificio e il cadavere dell'esiliato riposava in terra non consacrata. La capitale della cristianità era divenuta preda della rivoluzione, i più alti dignitari della Chiesa dispersi a tutti i venti. A questa triste fine doveva condurre l'evoluzione spirituale del secolo illuminato. [¼] L'accecamento smisurato di molti sovrani e diplomatici favorì l'approssimarsi del disastro invece di impedirlo; essi non sospettavano, che la tempesta dell'odio, una volta scatenata tra i popoli, avrebbe seppellito sotto di sé con gli altari anche i troni, coll'autorità divina anche l'umana. Dopo la distruzione di tutti gli elementi tradizionali nelle vampe della rivoluzione francese, parve che anche per il pontificato romano fosse sonata l'ultima ora».

Non era, però, come è noto la fine, tanto meno la fine della Chiesa. Pastor non a caso continua:

«Ma di nuovo il miracolo si compì: la rupe di Pietro supera le tempeste di tutti i secoli. Il fatto più grande e più inconcepibile nella storia della Chiesa di Cristo è, che le età della sua profonda umiliazione sono al tempo stesso quelle della sua più grande energia e forza invincibile, che morte e tomba sono per essa non segno della fine, ma simboli della resurrezione, che le catacombe dell'età primitiva come le persecuzioni anticristiane di quella contemporanea non possono riuscire per essa che a titolo di gloria. [¼] Tutte le grandi cose hanno principi silenziosi e nascosti. Dalla Piazzetta di Venezia lo sguardo scorre nelle lagune aperte verso la splendida posizione della Chiesa di S. Giorgio Maggiore, la meravigliosa costruzione palladiana somigliante a una cittadella. Questo convento insulare fu scelto dalla Provvidenza come punto di partenza di una nuova epoca della storia dei Papi» ([15]).

Come è noto, solo tre mesi dopo la morte di Pio V, il 30 novembre 1799, pochi giorni dopo l’istituzione del Consolato in Francia, 34 (su 45) cardinali iniziarono la (forse) più difficile elezione pontificia della storia e solo dopo quattro mesi (sei dalla morte di Pio VI) il 14 marzo 1800 ne uscì un nuovo papa, un benedettino, il vescovo di Imola Gregorio Barnaba Chiaramonti, che aveva in quel tempo 58 anni d'età e assunse il nome di Pio VII (1800-1823), con evidente intenzione di onorare il Papa defunto e di indicare che era pronto a percorrerne le orme.

Pio VII sapeva di caricarsi di una croce pesante più che coronarsi dell'antico splendido triregno. Non a caso non abbandonò l'isola di San Giorgio se non dopo che ci fu la certezza che la sua elezione era stata di fatto accettata dai sovrani, e dalla Francia.

Proprio dal monastero benedettino di San Giorgio Pio VII comunicò il suo programma pontificale, parlando ai cardinali il 28 marzo 1800, quindici giorni dopo la sua elezione:

«Chiamato dai vostri suffragi, per imperscrutabile giudizio di Dio, al supremo governo della Chiesa, ascendemmo al Pontificato non senza grave turbamento dell’animo Nostro. Infatti, se ognora, anche in tempi propizi alla Chiesa, l’episcopato si risolse in un gravoso impegno, quale mai riteniamo possa essere in futuro, in tempi ostili, turbolenti e difficili? […] Riterremo dunque che questa piaga così grave e dolorosa sia stata inflitta alla Chiesa, da Dio, senza un arcano disegno della divina provvidenza? Quel Sapiente a Noi chiede la fede e la perseveranza del sacerdozio, al fine di ostentare a tutto l’orbe terracqueo i grandi vantaggi raggiunti in questa Nostra tribolazione; così che tutti comprendano che non nelle ricchezze di cui fummo spogliati; non nel fasto che produsse contro di Noi l’odio e le calunnie dei nemici; non in tutte le altre manifestazioni che si addicono ai profani assai più che ai seguaci di Cristo; ma piuttosto nel disprezzo delle ricchezze, nell’umiltà, nella modestia, nella pazienza, nella carità e infine in ogni dovere sacerdotale è raffigurata l’immagine del Nostro Creatore e si conserva l’autentica dimensione della Chiesa» ([16]).

Napoleone avrebbe provveduto a realizzare questo programma pontificale, umiliando e tentando di strumentalizzare la Chiesa ai suoi progetti imperiali.

Ma è storia che ci porterebbe troppo lontani.

QUANDO CANONIZZA? IL CONTESTO STORICO DELLA CANONIZZAZIONE

Basti ricordare che Pio VII poté entrare in Roma solo il 3 luglio 1800, dopo un viaggio tanto umiliante quanto entusiasmante ([17]).

I concordati napoleonici

Subito giunse il Concordato imposto da Napoleone (15 luglio 1801), con il quale si dichiarava che «la Religione Cattolica Apostolica Romana (sarebbe stata) liberamente praticata in Francia» (art. 1), ma subito si precisava:

«La religione cattolica apostolica e romana verrà liberamente esercitata in Francia; il di lei culto sarà pubblico, conformandosi ai regolamenti di polizia che il Governo giudicherà necessari per la pubblica tranquillità».

Come si può notare, accanto al riconoscimento di una libertà d’azione, si poneva il condizionamento delle «norme di polizia»; condizionamento imprecisato e pertanto limitato solo dalla discrezione o dall’interesse del Governo, il quale solo avrebbe stabilito cosa fosse necessario limitare a vantaggio della pubblica tranquillità.

E, in effetti, pochi mesi dopo (8 aprile 1802) vennero i settantasette Articoli organici che avrebbero dovuto regolare l'esecuzione del Concordato: ogni rapporto (di uomini e di scritti) della Chiesa locale con Roma doveva passare attraverso il placet del Governo; tutti gli atti della Chiesa sarebbero stati sottoposti a controllo dello Stato; i preti avrebbero potuto indossare gli abiti ecclesiastici solo durante le liturgie (per cui si dedusse e silentio che normalmente dovevano portare abiti secolari); le cerimonie di culto (compreso il suono delle campane) dovevano essere autorizzate dal prefetto.

Da Parigi l'oppressione si estese: il Concordato francese fu imposto anche dalla Repubblica Italiana (o Cisalpina) il 16 settembre 1803 e fu ripreso dagli Stati - e successivamente "Regni" - satelliti, fondati da Napoleone.

Soppressione degli Stati Pontifici

Napoleone cercò in ogni modo di controllare Pio VII, forzandolo prima ad annullare il matrimonio di suo fratello Gerolamo, poi a sottoscrivere formalmente un'alleanza tra Papa ed Imperatore, giungendo a chiedere al Papa di proclamarlo “imperatore di Roma” (13 febbraio 1806), ma ricevendo da Pio VII una risposta divenuta famosa: «Sire, si tolga il velo!» ([18]).

Di fronte alle resistenze del pontefice, Napoleone acuì la sua prepotenza. In una lettera al viceré d’Italia il 22 luglio 1807 Napoleone scrisse:

«Cosa vuole fare Pio VII denunciandomi alla cristianità? Interdirmi, scomunicarmi? Io non avrò remore nel riunire le Chiese francesi, italiane, tedesche e polacche in un concilio per fare i miei affari senza il Papa e mettere i miei popoli al riparo dalle pretese dei preti di Roma» ([19]).

È noto poi quello che disse al cardinale Ercole, Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII: «Io distruggerò la vostra Chiesa». Al che il cardinale rispose:

«Maestà, sono diciotto secoli che noi stessi cerchiamo di fare questo e non ci siamo riusciti».

Questo aneddoto forse se non dice la verità dei fatti, certo illustra lo stile delle due parti: la prepotenza di Napoleone e la pacata resistenza, venata di ironica sapienza, della Santa Sede.

Vennero successivamente l'occupazione francese di Ancona (1805), di Benevento e Pontecorvo (1806), delle Marche (1807) ed infine di Roma (2 febbraio 1808 XE "Missionari di Francia (o Preti della Misericordia)" ): il papa si rinchiuse nel Palazzo del Quirinale, rimanendovi come prigioniero per mesi e resistendo alle pretese del generale Mollis, che voleva la spontanea rinuncia del Papa agli Stai Pontifici. Pio VII il 27 ottobre 1808 rispose: «Potete dire a Parigi che a costo di essere squartato o scorticato vivo, dirò sempre di no alle vostre pretese».

La resistenza del Papa fu vana e il 17 maggio 1809 - al tempo della Quinta Coalizione - Napoleone dichiarò cessato (per la seconda volta) il potere temporale del papa, decretò l’annessione degli Stati Pontifici all’Impero francese e dichiarò Roma città imperiale e libera, ordinando (10 giugno 1809) di bombardare le insegne pontificie.

Ma non era ancora finita: la notte tra il 5 ed il 6 luglio 1809, i francesi scalarono le finestre del Quirinale ed arrestarono il papa, prelevandolo e deportandolo – vestito com’era - prima a Siena poi a Savona ([20]), impedendogli d’avere contatto con chiunque ([21]).

Il 7 gennaio 1811 il papa fu privato di ogni libertà di movimento ([22]) e Napoleone convocò per il giugno 1811 un Concilio Nazionale a Parigi per nominare i nuovi vescovi, scavalcando il papa.

Poiché il Papa si opponeva con fermezza, Napoleone prima pretese che il Papa si trasferisse ad Avignone ([23]), dichiarandola nuova sede pontificia, poi gli chiese esplicitamente di dimettersi con parole cariche di ingiuria:

«Ho pena di vedere un pontefice che poteva compiere una splendida missione, divenire la calamità della Chiesa! Perciò dichiaro che il Concordato non è più legge per l’impero! E dite a Pio VII che sarebbe meglio se lasciasse di propria volontà la cattedra pontificia, per lasciarla occupare da un uomo più saldo di testa e di principi, che possa riparare tutti i mali, che ha fatto e sta facendo in tutti i paesi della cristianità».

Ancora una volta Pio VII rispose con dignità:

«Napoleone vorrebbe fare del successore degli Apostoli il suo elemosiniere, ma giammai otterrà da me siffatto avvilimento della Santa Sede. Egli crede di domarmi colla prigionia, ma si inganna. Sono vecchio e ben presto non avrà più nelle sue mani che il cadavere di un povero prete morto in ferri» ([24]).

Venne il tempo della Campagna di Russia, che segnò il declino dell’imperatore. Napoleone partì nel maggio 1812, ma prima decise di tenere sotto stretto controllo il papa, temendo che durante la sua assenza una flotta britannica potesse liberare Pio VII.

Così il 21 marzo 1812 ordinò di deportare l'ormai anziano pontefice da Savona a Fontainebleau ([25]).

Qui Napoleone, tornato dal disastro russo e bisognoso di qualche successo che ridesse forza al suo trono traballante, strappò quello che il papa interpretò come una bozza di concordato, ma che Napoleone pubblicò come testo autentico il 25 gennaio 1813 e che Pio VII ritrattò dopo tre giorni e, poiché Napoleone tenne nascosta la cosa, dopo tre mesi (14 marzo 1813) il papa scrisse contro questo Concordato una nobile e pubblica ricusazione.

Intanto l'astro di Napoleone tramontava velocemente: il 16 ottobre dello stesso anno venne sconfitto a Lipsia dalla Sesta Coalizione.

Napoleone tentò di rappacificarsi con il papato e concesse al papa di ritornare a Roma ([26]), ma ormai era troppo tardi: mentre Napoleone abdicava proprio nel castello di Fontainebleau (6 aprile 1814 XE "Congregazione di Picpus" ) e si trasferiva nell’isola d’Elba, Pio VII con un viaggio trionfale attraverso l’Italia, tornava a Roma, ove giungeva il 24 maggio 1814 ([27]).

Pochi mesi dopo (7 agosto 1814 XE "Congregazione di Picpus" ) con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum ([28]) veniva solennemente ricostituita la Compagnia di Gesù: sembrava il segno visibile di una Chiesa che non voleva più temere i prìncipi e che voleva affermare la sua libertà ([29]) e il suo stile di carità: Pio VII accolse a Roma l'anziana madre di Napoleone, divenuta una povera profuga che nessuno voleva, e le riservò sino alla morte onori regali.

Il culto dell'imperatore: san Napoleone

Dopo il colpo di Stato che lo consacrò imperatore (4 maggio 1804), e dopo l'auto-incoronazione in Notre Dame (2 dicembre 1804) alla presenza del papa, che, forzato ad esserci, non mosse un dito ([30]), venne quello che potremmo definire uno dei primi esempi - o forse è normale in ogni governo assoluto o dittatoriale - di "culto della personalità", cui poteva servire egregiamente proprio la religione.

In questo senso - quasi un ritorno all'antichità pagana, rivestito del nome cattolico - si pone l'invenzione – nel senso tecnico di scoperta e di inganno - della Festa di S. Napoleone, fissata per la prima volta il 15 agosto 1806, nel giorno della popolarissima festa dell'Assunta ([31]).

Napoleone voleva sfruttare per il culto della sua personalità la devozione popolare dei giorni dell’Assunta: si giunse nel 1811 a porre una statua di san Napoleone su una delle guglie del Duomo di Milano!

Il culto dell'imperatore: il Catechismo Napoleonico

Particolarmente significativo, poi, il Catechismo Napoleonico, approvato ingloriosamente nell’ottobre 1806 dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montecuccoli Caprara (1802 XE "Scuole della carità" -1810) e che fu esteso ai regni italiani satelliti dell'Imperatore ([32]).

Val la pena di leggere la famosa Lezione Settima riguardante il Quarto Comandamento:

 

D.:       Quali sono i doveri dei Cristiani verso i Principi che li governano; e quali sono in particolare i nostri doveri verso Napoleone I, Imperatore e Re nostro?

R.:        I Cristiani debbono ai Principi, da cui sono governati e noi in particolare a Napoleone I, Imperatore e Re nostro, amore, rispetto, obbedienza, fedeltà, il servizio militare, le imposizioni ordinate per la conservazione e difesa del trono: noi gli dobbiamo ancora fervorose preghiere per la di lui salute, e per la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D.:       Per qual ragione siamo obbligati a questi doveri nei confronti del nostro imperatore?

R.:        In primo luogo perché Dio, che crea gli imperi e li distribuisce secondo il suo volere, ricolmando il nostro imperatore di doni, tanto in pace quanto in guerra, lo ha costituito nostro sovrano, lo ha reso ministro della sua potenza, e sua immagine sopra la terra. Onorare e servire il nostro imperatore è dunque onorare e servire Dio stesso. In secondo luogo perché nostro Signore Gesù Cristo, colla sua dottrina e coi suoi esempi, ci ha egli stesso insegnato quello che noi dobbiamo al nostro sovrano: è nato mentre si obbediva all'editto di Cesare Augusto; ha pagato la tassa prescritta; e come ha ordinato di rendere a Dio quel che appartiene a Dio, così ha ordinato di rendere a Cesare quel che appartiene a Cesare.

D.:       Non vi sono motivi particolari, per i quali dobbiamo essere più fortemente attaccati a Napoleone I, nostro imperatore?

R.:        Sì, perché egli è colui che Dio ha suscitato in circostanze difficili al fine di ristabilire il culto pubblico della santa religione dei nostri padri, e di esserne il protettore. Con la sua profonda ed attiva saggezza egli ha ristabilito l'ordine pubblico e lo ha conservato; col suo braccio potente difende lo Stato; è diventato l'Unto del Signore per la consacrazione che ha ricevuta dal Sommo Pontefice, Capo della Chiesa universale, come Imperatore, e dall'Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Milano, come Re d'Italia.

D.:       Che cosa si deve pensare di coloro che mancassero ai loro doveri verso l'imperatore?

R.:        Secondo l'apostolo s. Paolo essi resisterebbero all'ordine stabilito da Dio stesso e si renderebbero degni della dannazione eterna.

 

Non credo ci sia bisogno di commento. Anzi, questo testo ci permetterà di comprendere anche alcuni passaggi della Bolla di canonizzazione di sant'Angela Merici.

Le soppressioni degli Ordini religiosi "tradizionali"

Per quanto riguarda i religiosi, poiché il Concordato del 1801 non ne parlava, si aprì il campo all'arbitrio del Console-Imperatore, che da una parte continuò a sopprimere ([33]), dall'altra a riconoscere ciò che era utile allo stato, come le suore negli ospedali o le Missioni Estere, perché servivano la Francia nelle colonie, o Lazzaristi e Sulpiziani perché insegnavano nei seminari. Anche questo fu un bene: favorì la rapida elaborazione di una nuova figura di vita religiosa, non più rinchiusa nel monastero, ma caratterizzata soprattutto dalla carità, dal servizio degli ultimi, dalla formazione, intellettuale e catechistica ¼ Quello che Pio VII sottolinea come una ricchezza della Compagnia di Sant'Orsola, come un'intuizione profetica di sant'Angela.

 

Non si dimentichi che Napoleone giunto al massimo della sua potenza, dopo aver sconfitto la Quinta Coalizione e conquistato Vienna (1809); aveva divorziato dalla moglie Giuseppina con il consenso del clero francese (16 dicembre 1809) e sposato la figlia dell’imperatore d’Austria, Maria Luigia, dalla quale aveva avuto l’atteso erede, Napoleone II (20 marzo 1811), il Re di Roma.

In questo suo delirio di onnipotenza, l’imperatore pretese che il Papa concedesse l’istituzione canonica ai vescovi da lui designati e diede incarico di farne richiesta ad alcuni vescovi, capeggiati dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montecuccoli Caprara.

Il papa si rifiutò con fermezza ([34]) e di nuovo l'imperatore rispose (17 febbraio 1810) dichiarando da una parte estinto il potere temporale e il papa un semplice cittadino, sia pure con privilegi particolari ([35]).

Pochi mesi dopo, il 25 aprile 1810 furono soppressi tutti gli ordini religiosi, che non fossero impegnati negli ospedali o nelle opere di carità: fu un momento veramente drammatico per la Chiesa nella sua dimensione "cattolica", anche perché le soppressioni furono applicate nei regni satelliti: in Spagna sotto Giuseppe Bonaparte fu soppresso un terzo dei conventi esistenti e fu proibito accogliere novizi, sino a che i religiosi non fossero essi pure ridotti di un terzo; nel Regno di Napoli lo stesso Giuseppe Bonaparte soppresse 265 conventi e il suo successore e cognato Gioacchino Murat ne chiuse 1. XE "Premessa PAGEREF _Toc509660026 \h Errore. Il segnalibro non è definito."  XE "Esempi di anticlericalismo nel Secolo scorso PAGEREF _Toc509660063 \h Errore. Il segnalibro non è definito." 250.

Ma - come è noto - la fantasia di chi crede è geniale e così alcuni ordini contemplativi sopravvissero, col solo cambio del nome e l'affermazione che erano dediti all'assistenza. Fu il caso delle suore di clausura Carmelitane, che si denominarono Suore di santa Teresa: il nome era cambiato e tanto bastava.

Certo, ormai si poneva la necessità di cercare vie nuove per consacrarsi all'amore di Dio e del prossimo con cuore indiviso.

Sant'Angela Merici con la sua testimonianza appariva quanto mai attuale: si poteva amare Dio e servirlo nei fratelli anche senza le forme ormai stereotipe della disciplina degli Ordini religiosi, disciplina - occorre ricordarlo - che si era imposta (con quella sua particolare severità e austerità, della quale la "clausura", la "separazione" e il "distacco dal mondo" erano l'espressione più evidente) solo dopo Trento e come reazione ad un determinato periodo di decadenza.

In altre parole: con la Rivoluzione Francese e l'oppressione napoleonica - senza dimenticare quella teresiano-giuseppina - si era evidenziato un "limite temporale" ed un "privilegio carismatico", quello per cui Trento aveva riscattato e restaurato la vita consacrata, ma ne aveva privilegiata una forma, quella "separata", che non era l'unica forma di consacrazione gradita a Dio. Ora, verso la fine del Settecento lo si intravedeva e durante l'Ottocento lo si sarebbe visto con luce solare.

Pio VII lo percepì e - forse per quella Luce che illumina i papi - propose con entusiasmo il modello di consacrazione, incarnato da Angela Merici, che da una parte era figlia di quell'epoca, la quale aveva privilegiato un carisma di consacrazione, dall'altra parte in quella stessa epoca aveva testimoniato un altro modo di appartenere totalmente a Dio, un altro carisma di consacrazione, che già allora aveva dato frutto, come testimoniavano le «ottanta giovani e cinque vedove»,- per citare la Bolla di canonizzazione - che si erano unite ad Angela Merici nel primo anno di fondazione di quella Compagnia che «sarebbe vissuta per sempre», come aveva predetto sant'Angela morente e come Pio VII ricordava nella Bolla ([36]), quasi a dire alle Orsoline del XIX secolo che in ogni secolo esse sarebbero state attuali come le erano state le loro sorelle, come lo saranno le sorelle future.

PER CHI PIO VII CANONIZZA? Il MAGISTERO DI PIO VII

Giunge a questo punto la risposta alla terza domanda, che mi sono posto all'inizio e che articolo in due punti.

Pio VII aveva evidentemente un progetto pastorale, del quale le canonizzazioni del maggio 1807 erano parte.

La loro "esemplarità" a chi mirava? Per chi era? Dovremmo qui sondare il progetto pastorale di Pio VII, il suo pontificato dal punto di vista non delle vicende politiche o sociali, ma religiose e pastorali. Per non disperdermi, raccolgo quelle linee pastorali che emergono dalla stessa Bolla di canonizzazione: ciò che il Papa metteva lì in evidenza era ciò che gli premeva proporre alla Chiesa del suo tempo, e del futuro.

L'importanza della formazione dei giovani

Pio VII - lo si sarà notato - nella Bolla di canonizzazione pose in rilievo l'importanza della formazione dei ragazzi e delle ragazze.

L'educazione o meglio l'istruzione di queste ultime, soprattutto, non era scontata né ai tempi di Angela Merici né al tempo di Pio VII: l'istruzione, tanto più quella femminile, non era tra le priorità, anche perché la povertà era diffusa e l'incipiente prima rivoluzione industriale l'aveva acuita.

Essa era acuita anche nel campo religioso: la catechesi era - diremmo oggi - "in crisi" - come da una parte evidenziava l'insufficienza dei testi tradizionali e dall'altra la fatica di elaborarne di nuovi.

Nel primo caso occorre ricordare che il catechismo di Roberto Bellarmino ([37]) per l’Italia e quello di Pietro Canisio per l’area tedesca ([38]) risultavano sempre più inadeguati alle nuove esigenze, alla scristianizzazione delle masse, evidenziata dalla Rivoluzione ([39]).

Per il secondo caso, la fatica di elaborare nuovi testi, si potrebbe ricordare la tensione che si creò a Milano tra l'arcivescovo Pozzobonelli ed il Governo imperiale di Vienna, quando l'arcivescovo di Milano aveva rifiutato il catechismo giurisdizionalista di Pietro Tamburini e Giuseppe Zola e Maria Teresa aveva proibito l'uso di quello del Bellarmino. Potremmo ricordare anche il testo del vescovo di Mondovì, Michele Casati ([40]), pubblicato nel 1765, che non ebbe grande diffusione sino a che non fu ripreso dal Catechismo di Pio X. D'altra parte non migliore fortuna ebbe il Catechismo disposto secondo l'ordine delle idee di Antonio Rosmini ([41]).

Si ricordi poi la tragedia del Catechismo Imperiale o Napoleonico: la sua imposizione fu devastante come il disordine che seguì al rapido fallimento e acuì la gravità stessa del problema, la difficoltà di proporre in modo "adatto ai tempi ed al futuro" il contenuto della fede cristiana.

Può essere allora interessante notare che il decreto con cui il cardinale Caprara promulgava il Catechismo imperiale era dell'ottobre 1806, pochi mesi prima della canonizzazione di Angela Merici. Se teniamo conto che Pio VII si oppose duramente all'arcivescovo di Milano, possiamo inferire che nel richiamo del Papa all'importanza della catechesi corretta, ci fosse anche l'ansia per quei cedimenti al potere politico e alle sperimentazioni ingenue, se non scorrette.

Eppure Pio VII aveva subito intuito l'importanza del fattore educativo e formativo in genere. Esso è già presente nella sua prima enciclica, per certi versi programmatica, pubblicata quando era ancora sull'isola di San Giorgio a Venezia il 15 maggio 1800.

In essa il Papa aveva rivolto un pressante appello ai vescovi, perché fossero solleciti per la formazione e la catechesi, soprattutto dei giovani:

«Bi­sogna che voi "badiate a tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo vi pose come Ve­scovi" (1Pt 5, 2); ma soprattutto i fanciulli e gli adolescenti invocano la vigilanza, lo zelo, l'opera attiva del vostro paterno amore e della vostra benevolenza: quei fanciulli e quegli adolescenti che Gesù Cristo così caldamente raccomandò a Noi sia con l'esempio, sia con le parole (Mt 19; Mc 10; Lc 18); quei fanciulli e quegli adolescenti, per avvelenare e corrompere le tenere anime dei quali molti hanno macchinato, sforzandosi di rovesciare le istituzioni pubbliche e private, e di sovvertire tutti i diritti divini e umani: in tale nefasta impresa hanno riposto le loro maggiori speranze. Né Ci sfugge il fatto che i fanciulli e gli adolescenti sono simili a cera molle e possono essere facilmente plasmati e orientati in tutte le parti; una volta assunta una forma, crescendo induriscono in questa e la mantengono molto tenacemente, respingendone ogni altra; da qui quel prover­bio (ricavato dal testo sacro) frequente nei discorsi di tutti: "L'adolescente che se­gue una certa via, anche invecchiando non l'abbandonerà" (Prov 22, 6). Non vogliate dunque, Venerabili Fratelli, consentire che "i figli di questo secolo siano più saggi dei figli della luce" (Lc 16, 8). Vigilate attentamente sugli uomini ai quali vengo­no affidati i fanciulli e gli adolescenti nei seminari e nei collegi; in quali disci­pline vengono istruiti; quali maestri sono scelti nei licei; quali lezioni vi si ten­gono; sorvegliate assiduamente; indagate; esplorate ogni cosa; respingete e al­lontanate "i lupi rapaci che non perdonano" (At 20, 29) dal gregge degli innocenti agnelli; e se per caso si sono introdotti in qualche luogo, cacciateli fuori» ([42]).

Una lettura attenta di questo passo evoca concetti e parole contenute nella Bolla di canonizzazione di sant'Angela. Era, dunque, questo uno dei valori che Pio VII sentiva preziosi e urgenti e nel proporre con tanta sollecitudine la nuova santa, non posso non pensare che avesse di mira proprio questa sollecitazione. Un'urgenza che non verrà mai meno

Una spiritualità non giansenista, ma rasserenante

Un secondo aspetto si coglie nel testo della Bolla di canonizzazione: l'elogio, pur con il tributo alla severa spiritualità del tempo di Angela Merici, della serenità, della fiducia, dell'incoraggiamento che la Santa sapeva dare.

Anche questa non era cosa scontata né al tempo di sant'Angela né al tempo della sua canonizzazione. Sappiamo come il secolo XVIII in particolare fu attraversato dal fenomeno spirituale del giansenismo e dalla sua severità, tendente al pessimismo. Preciso che ho scritto che il XVIII secolo fu «attraversato» dal giansenismo, perché non mi pare di dire che esso ne fu «contraddistinto», perché la sanità spirituale del Popolo di Dio è maggiore di quella che non si pensi.

A dare un'idea della spiritualità e della pastorale di ispirazione giansenista servirebbe ottimamente un'immaginaria «Preghiera del prete giansenista», scritta da Arturo Carlo Jemolo: 

«Signore, poco gregge io ti conduco; questa è stata la tua volontà: a pochi in questi tempi iniqui tu desti il dono della perseveranza; pochi tu volesti tra gli eletti. I più ricusarono di piegarsi alla tua legge. Lo spirito della concupiscenza li tenne: li tenne con l'avidità del sapere per cui vollero indagare dei tuoi misteri più di quel che tu degnasti far noto agli uomini; non vollero inchinarsi al segreto della tua imperscrutabile giustizia. Li tenne attraverso gli stimoli della carne, che vietarono loro di piegarsi alla tua dura legge. Abbondano oggi sulla terra i tentatori, i quali falsano la tua parola, esaltano l'orgoglio già così forte dell'uomo; dicono che la strada che conduce a Te è facile e piana; vagheggiano impossibili conciliazioni fra te e l'eterno nemico. Tutto ciò ha facilitato la perdita di quelli che appartennero per un tratto della loro vita al mio gregge, ma che ho lasciato per via. I pochi che ti reco sono dei giusti: essi ti hanno amato con fervore ogni giorno della loro vita, vincendo tutte le concupiscenze della carne; riuscendo a spezzare ogni legame di cupidigie e di lusinghe, dapprima, di affetti umani, poi; caddero, talvolta, perché a nessuno tu concedi di essere perfetto: ma ogni loro caduta fu espiata con dolore profondo, con angosce cocenti, da ogni caduta essi si rialzarono ma la tua misericordia ha vinto il loro peccato, e la carità mise ogni giorno in fuga la concupiscenza. Padre, poiché hai voluto che ad alcuno degli uomini fosse usata pietà, tu puoi accogliere questi nel tuo Regno, ch'essi sono puri e giusti, per quanto puro e giusto possa essere l'uomo» ([43]).

Ben diversa la spiritualità di sant'Angela, della quale cito solo alcune espressioni del Testamento Spirituale:

«Trattiamo con soavità Dio! Mie carissime madri e sorelle in Gesù Cristo, sforzatevi, con l'aiuto della grazia, di acquistare conservare in voi tale intenzione e sentimento buono [¼] Ascoltate Gesù che raccomanda: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11, 29); e di Dio si legge che "governa con bontà eccellente ogni cosa" (Sap 8, 1); e ancora Gesù Cristo disse: "Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11, 30). Ecco perché dovete sforzarvi di usare ogni piacevolezza possibile».

Credo non sia necessario rilevare le differenze. Ebbene, su questa linea di bontà si poneva Pio VII, come abbiamo illustrato nella parte storica, e ciò ben prima della sua elezione a Sommo Pontefice, quando raccomandava: «Siate cristiani tutti d'un pezzo e sarete anche buoni democratici».

Non c'era inconciliabilità per lui tra impegno nel mondo - nel suo mondo difficile - e coerenza cristiana.

L'importante - per Pio VII - era la coerenza della fede, la testimonianza convinta della propria vita, che non aveva bisogno di etichette né di divise né di ¼ veli o abiti per farsi riconoscere, perché a manifestare la propria appartenenza cristiana avrebbe dovuto servire la coerenza di una vita autenticamente evangelica, convinta.

Era quanto riconosceva come appartenente alla spiritualità di sant'Angela Merici e, forse, anche per questo ne aveva desiderato la canonizzazione. Il Papa voleva che si guardasse a Dio non con timore, ma con amore, in modo che i cristiani fossero capaci di dialogare con lo spirito del mondo nuovo, che avanzava, così carico di ottimismo e di fiducia nel futuro, ancora non così disilluso, come poi gli accadde.

La novità della consacrazione religiosa

Un terzo elemento mi pare di dover richiamare per giustificare la speranza di attualità che Pio VII poneva nel proporre alla Chiesa la figura di sant'Angela. È legato proprio al capitolo delle impressionanti soppressioni di ordini religiosi, che scandì tutta la seconda metà del XVIII secolo e si è prolungata sino alla caduta del comunismo nel XX secolo ¼ e forse continua con le modalità più subdole della "distruzione" della dignità della figura del consacrato, che è tristemente e vigliaccamente in atto sulla stampa attuale, china come non mai agli oscuri interessi di alcuni potenti.

È cosa, purtroppo, antica, come si vede. Pio VII sperava in un rinnovamento della vita di consacrazione, che da una parte superasse le rigide forme del passato e dall'altra parte sfuggisse ai soffocanti controlli del giurisdizionalismo, nome antico che oggi tradurremmo con "totalitarismo".

Mi sono già soffermato su questo punto. La canonizzazione di Angela Merici poteva essere occasione per indicare una strada nuova a tutte quelle giovani e donne che sentivano il desiderio di consacrarsi a Dio, ma se ne vedevano impedite dalla durezza delle leggi civili o dall'impressione che si fosse ormai compiuto il tempo della vita religiosa tradizionale.

Erano ragazze, giovani, donne che sentivano il desiderio di Dio, come ce ne saranno sempre, perché la Chiesa ha un bisogno "ontologico" oltre che "teologico" di consacrati e consacrate: se non fosse possibile consacrarsi a Dio; se non "avesse senso" consacrarsi a Dio, significherebbe che Dio non è "tutto", che Egli non può o non vuole essere "tutto per" l'uomo, tutto per me.

Nella Chiesa sarà sempre necessario, anzi essenziale, che ci sia almeno "un" o "una" consacrata, una persona che possa dire con cuore convinto e con verità che Dio è tutto per lei, che Dio le/gli basta, e null'altro. Solo con questa presenza consacrata si può sostenere che Dio ci ha creati per Sé e che Egli è la meta e il fine dell'essere umano.

Questa profezia Pio VII affidava alle discepole di Angela Merici, perché potessero con la singolarità della loro vita inserita nel mondo e immersa in Dio custodire questo essenziale bisogno della Chiesa, e di Dio. Sì, anche di Dio, perché Egli stesso ha bisogno di far capire all'uomo che Lui è il suo (dell'uomo) tutto e che solo in Lui può trovare pace il cuore inquieto dell'essere umano.

Che le figlie di Angela Merici non lo dimentichino mai: anche da loro dipendono la felicità e la salvezza del mondo, la giustizia e la pace, il rispetto di ogni uomo, oggi così conculcato da una cultura - quella occidentale, purtroppo - così foriera di morte e accecata dal suo rifiuto di Dio.

Per il mondo attuale, come per il tempo di Pio VII, sono ancora vere le parole di quel Papa a Napoleone:

«Anche se mi facessero a pezzi o mi scorticassero vivo [¼] siate pur certi, malgrado tutti i tormenti cui mi sottoporrete, che la Chiesa non perirà mai».

Sono le stesse parole di un profeta moderno, Oscar Romero, nell'intervista rilasciata al domenicano Juan Carmelo Garcia quindici giorni prima di morire, il 24 marzo 1980:

«Sono stato spesso minacciato di morte. Ciò nonostante, come cristiano, non credo nella morte senza risurrezione. Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. […] Se riescono a uccidermi, può dire loro che perdono e benedico chi lo avrà fatto. Come vorrei che si convincessero che così stanno perdendo tempo! Un vescovo morirà, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo non perirà mai!».

Sono parole perenni, vere anche oggi, che forse dovremo presto ripetere con il coraggio dei martiri.

In conclusione

In conclusione, il progetto spirituale di Pio VII, del quale la canonizzazione di Angela Merici, richiamava le parole della prima Lettera di san Giovanni, il discepolo dell'amore, della bontà, della fraternità.

Egli si rivolge ai giovani: «Ho scritto a voi, perché siete forti e la Parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno» (1Gv 2, 14). Questa «Parola» dovevano accogliere i giovani e le ragazze del tempo di Pio VII.

Giovanni si rivolge agli adulti - uomini e donne - che «hanno conosciuto colui che è fin dal principio» (1Gv 2, 14), e ne conoscono bene il volto d'amore ed il comandamento nuovo ed insieme antico: «Chi ama suo fratello è nella luce e non v'è in lui occasione d'inciampo» (1Gv 2, 10).

Questo desiderava Pio VII, proponendo l'esemplarità di sant'Angela: che le sue discepole divenissero provocazione per tutti sul sentiero della carità, dell'amore per gli uomini e le donne del loro tempo, di quel tempo come del futuro.

I frutti della canonizzazione: i nuovi Istituti.

Rimane un ultimo punto per la nostra riflessione, cui posso solo accennare, per indicarne sia la pertinenza sia la necessità metodologica. È il desiderio di indicare una pista futura, un nuovo ed ulteriore campo di ricerca.

Tutto nasce dall'osservazione di alcuni dati, dall'esplosione di ordini religiosi che si verifica proprio nell'Ottocento, con prodromi già durante la Rivoluzione Francese.

Si pensi alle Suore della Carità di Giovanna Antida Thouret (1765 – 1826), che si distinsero proprio per la scelta di servizio di carità di istruzione, con una particolare attenzione alle persone più emarginate, agli "ultimi". Basterebbe un suo pensiero, così simile a quello del Testamento spirituale di sant'Angela:

«È Gesù Cristo solo, che abbiamo sempre seguito dovunque […] Non guardiamo che Lui, non pensiamo che a Lui, non desideriamo che Lui, non viviamo che per offrire a Lui […] Attingo ai piedi di Gesù tutta la forza di cui ho bisogno. In lui ho riposto tutta la mia fiducia».

Fu questa donna che nel pieno della Rivoluzione Francese l'11 aprile 1799, mentre Pio VI era prigioniero in Francia, a Landeron, in Rue de Martelots, aprì una scuola gratuita che in pochi giorni si riempì di ragazze e, accanto alla scuola, aprì anche una piccola farmacia ed un dispensario per i poveri: la carità per sua natura non si limita mai all'essenziale.

Non dissimili, neppure nel nome, dalle suore di Giovanna Antida erano le Figlie della Carità o Serve dei poveri, dette poi Canossiane (1808).

Non era che l'inizio e poiché solo Dio conosce - e forse neppure Lui - il numero degli ordini religiosi, mi fermo solo su alcuni, conosciuti attraverso la mia esperienza di prete ambrosiano.

Penso alle Orsoline di san Carlo, che il cardinale Gasiruck ricostituì nel 1824 a Milano, purché avessero una specifica funzione di servizio tra le ragazze, distinguendosi dalle sorelle precedentemente fondate da san Carlo con caratteristiche più "regolari".

Penso alle Suore di Maria Bambina o Suore della carità (1832), che don Giovanni Bosio, cui dobbiamo la sollecitazione a Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, pensava appunto impegnate tra le ragazze, non preoccupate di abiti né di clausura, anzi avrebbero dovuto vestire come donne dignitose e semplici, non paludate alla maniera delle antiche monache e avrebbero - addirittura! - dovuto dormire con le loro ragazze, per essere quasi madri per loro. Era uno stile "rivoluzionario", che poteva apparire troppo "mondano", ma che - come per tutte le altre Congregazioni - fu esplosivo: parve che le ragazze avessero finalmente trovato il modo di essere modernamente innamorate di Dio e dei fratelli.

Sulla loro scia potremmo ricordare le Suore di S. Giuseppe (Torino, per le carceri, 1833) o le Suore di Sant’Anna (Torino) fondate dalla Marchesa Barolo (1834) o alle Suore di Santa Marcellina, dette Marcelline (1838), che il loro fondatore, il beato mons. Luigi Biraghi aveva pensato originariamente nella forma di vita delle Figlie di Sant'Orsola e non a caso il primo nome delle Marcelline fu Orsoline di Santa Marcellina.

Una storia - o meglio un'ispirazione - che si distende lungo tutto il secolo XIX. Penso alle Suore del Preziosissimo Sangue di Monza (1876), fondate dalla Venerabile Maria Bucchi, per l'istruzione delle ragazze, facendo evolvere l'intuizione originaria e la proposta che le fecero le Canossiane di istituire una sorta di comunità di ispirazione e vita "mericiana".

Penso alle Suore della Riparazione, fondate da don Carlo Salerio a Milano, che non avrebbero - neppure loro - avere abito diverso dalle signore della piccola borghesia, sufficiente a farle rispettare come signore per bene non come suore: il loro nome iniziale, infatti, fu quello di Pie Signore dedite alla Riparazione.

Basti questo sintetico elenco per concludere.

Mi fa riflettere l'esplosione di forme di vita consacrata - preferisco questo termine a quello più condizionante di "ordini religiosi" - caratterizzate da una triplice tensione carismatica (missionaria; caritativa; formativa) e da una triplice caratteristica spirituale (mariana o familiare per l'attenzione alla spiritualità familiare); di intercessione (per la devozione al Sacro Cuore o al Preziosissimo Sangue); eucaristica (per il primato dato al SS. Sacramento).

Questa "esplosione" riporta all'inizio del secolo che ne fu caratterizzato. Alle soglie del XIX secolo fu canonizzata una donna, che sembra incarnare ciò che nei decenni successivi, molte altre donne - e uomini - ripreso e misero in pratica.

Era quello che aveva sperato Pio VII, convinto che la santità è "esemplare", che i santi ci sono dati come esempio da imitare; che proponendo alcune figure di santità eroica egli - il Papa - avrebbe stimolato altre - e tante - persone generose a porsi sulla loro scia, nella loro sequela, che è poi quella del Signore Gesù, che le aveva chiamate - e chiama oggi noi - ad imparare da Lui «mite ed umile di cuore», come aveva fatto sant'Angela Merici, la quale non a caso, aveva ripetuto questa massima alle sue figlie nel Testamento Spirituale.

Non c'è altro modo di obbedire al Signore; di amare i fratelli e le sorelle. Non c'è altro modo per avere quella «gioia piena» (Gv 15, 11), che il Signore Gesù ha promesso a chi mette in pratica il suo comandamento: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15, 12).

 

 

Basilica di San Pietro

24 maggio 2007

 

 

Saluto iniziale della Presidente

 

Duecento anni fa, il 24 maggio 1807, il Santo Padre Pio VII, “…assecondando i voti di tutti, nella Festa della Santa Trinità (…) decretò e stabilì che (…) Angela Merici, la cui somma innocenza di vita, virtù in grado eroico e miracoli eran già a conoscenza di tutti, fosse da ascriversi tra le Sante Vergini e da onorarsi e venerarsi da tutti i fedeli di Cristo con culto religioso…” Sono alcune espressioni contenute nella Bolla di Canonizzazione della “Beata Angela Merici – Fondatrice della Compagnia di Sant’ Orsola”.
Con animo riconoscente  alla Santa Madre Chiesa, desideriamo fare memoria  di questo evento, sapendo di interpretare i sentimenti di immensa  filiale gratitudine  di tantissime “figlie”, secolari e religiose,  che in  Sant’ Angela riconoscono la loro Madre e che,  nel corso dei secoli, hanno vissuto con fedeltà e creatività il Carisma Mericiano.
 

Celebrazione Eucaristica all’Altare della Cattedra nella Basilica di S. Pietro

presieduta da S. Ecc. Mons. Angelo Comastri

Vicario generale di Sua santità per la Città del Vaticano

Saluto iniziale

            Siate benvenute e benvenuti tutti nella Basilica di San Pietro, che è il cuore della Chiesa Cattolica, per benedire il Signore che, attraverso un’umile donna ha acceso una luce che ancora illumina e ancora riscalda il cuore di tante persone…

            Ricordare i santi non è come scoprire una lapide alla memoria: ricordare i santi significa riconoscerli come modelli e quindi comporta la decisione di imitarli. Non accade sempre così. Chiediamone umilmente perdono!

Omelia

   1. Nella vita di Sant'Angela Merici, donna semplice e umile, si compiono in modo mirabile le parole di Gesù: "Ti benedico, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai tenuto nascosto queste cose (le cose decisive, che riguardano l'Opera di Dio) ai sapienti e agli intelligenti (pieni di orgoglio e di autosufficienza) mentre le hai rivelate ai piccoli (....)" (Mt11,25-26). Dio fa cose grandi con i piccoli, cioè con le persone che non pesano di orgoglio. La Madonna è la prima e insuperabile testimone di questo stile di Dio e, sollecitata un giorno dalle parole di Elisabetta, rispose: "L'anima mia magnifica (riconosce la grandezza di Dio) il Signore e il mio spirito esulta a motivo di Dio mio salvatore, perché ha posato lo sguardo sulla piccolezza della sua serva”. Così fa Dio! San Paolo riprende il discorso nella Prima Lettera ai Corinzi e dice: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”. Questo è lo stile di Dio: fare grandi cose attraverso le persone piccole e umili. Sant'Angela Merici ne è una prova evidente e commovente e convincente.

 2. Innanzi tutto, con la sapienza del cuore abitato dallo Spirito Santo, Angela Merici capisce che Dio preferisce "la compagnia", cioè l'unità delle persone, la convergenza dei cuori. Gesù è stato chiaro: "In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei Cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Quanto andrebbero prese sul serio queste parole! L'individualismo non piace al Dio trinitario: ecco perché gli individualismi sono pastoralmente sterili.
Angela Merici vuole la Compagnia! E la dedica a S. Orsola. Perché? Probabilmente qui c'è l'influsso bello della famiglia cristiana: ella aveva sentito a casa dalla viva voce di papà Giovanni il racconto dell'avventura della Vergine Orsola, che aveva riunito attorno a sé undicimila vergini, le quali, insieme, avevano difeso il valore della verginità e avevano testimoniato la bellezza della fede. Questo fatto colpì Angela Merici: per chi crede, basta una piccola luce per vedere il cammino giusto da seguire.
 3. Che cosa ci dice oggi la storia di Angela Merici, che sembra così lontana, mentre invece è incredibilmente attuale e moderna?
Oggi noi viviamo in una società nella quale Dio sembra escluso: e i sintomi ci dicono che, forse, ancora di più verrà esasperata la secolarizzazione della società e la distanza dal Vangelo di Gesù. Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Novo milennio ineunte con grande lucidità dichiarò: "È ormai tramontata, anche nei paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una società cristiana, che, pur tra le tante debolezze che sempre segnano l'umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici” (n. 40).  Oggi non viviamo più in paesi cristiani!
Pensate quanto è importante, in un contesto simile, la presenza di persone che vivono il radicalismo evangelico non chiuse nei conventi ma gomito a gomito e porta a porta con gente che non crede o comunque non conosce Gesù e il suo Vangelo.
Nelle città secolarizzate è necessario che il lievito evangelico si cali dentro la pasta del mondo e la luce di Gesù si faccia il più possibile vicina alle tenebre... per diradarle.
Oggi lo stesso apostolato dei sacerdoti ha bisogno di persone che preparino il terreno, che creino la simpatia verso il Vangelo, che pre-evangelizzino attraverso una vita capace di attirare a Gesù attraverso l'eloquenza silenziosa dell'esempio.
Sant'Angela Merici, senza saperlo, ha aperto una via di apostolato che ha precorso i tempi ed oggi si ripresenta con sorprendente attualità. Siate consapevoli di questa responsabilità e tenete ben accesa la lampada che giunge a voi attraverso la fedeltà di tante generazioni che vi hanno preceduto.
  4. Sant'Angela Merici ha qualcosa di bello da dire anche riguardo alla verginità vissuta nel mondo, vissuta nella secolarità, vissuta accanto alle famiglie bisognose di riscoprire il senso e la sorgente dell'amore. La verginità non è altro che l'affermazione che Dio è il primo amore della vita: è l'amore dal quale proviene ogni altro amore, è la sorgente dalla quale sgorga il vero affetto verso ogni persona. Anche questa è una notizia straordinaria: se vogliamo imparare ad amare, esiste un solo maestro: Dio! Perché Dio è Amore! Ecco perché i santi sono i veri e grandi protagonisti dell'amore. Chi ha amato i fratelli più di
S. Francesco d'Assisi? Chi ha avuto un cuore grande come quello di S. Vincenzo di Paoli? Chi ha vissuto l'amore per il prossimo più di Madre Teresa di Calcutta? E ripeto: perché? Perché erano vergini: avevano il cuore pieno di Dio; e Dio è il maestro unico dell'Amore.
Pertanto quando preghiamo Dio, non perdiamo tempo: troviamo, invece, la luce e il calore che orienta il nostro tempo e lo rende degno di essere vissuto per essere riempito di amore.
La verginità ci ricorda che tutti abbiamo bisogno di uno spazio verginale nella
nostra vita: cioè abbiamo bisogno di uno spazio riservato a Dio... per imparare da Lui l'Amore. La verginità è anche un richiamo potente (perché fatto coinvolgendo il corpo) a prendere sul serio il valore della purezza. La purezza viene spesso derisa e letteralmente combattuta perché è ritenuta un impedimento all'amore. Non è vero: questa è una terribile menzogna! La purezza infatti è la condizione per poter amare: per poter amare veramente.Ed è facile dimostrarlo: se non siamo padroni di noi stessi e dei nostri sentimenti, non potremo donarci a nessuno, ma useremo sempre gli altri per servire il nostro egoismo: e basta.  E’ la purezza che ci rende capaci di amare! Perché ci rende capaci di donarci agli altri.
Oggi c'è crisi di amore, perché c'è crisi di purezza.
Gandhi, non cristiano, nella sua autobiografia scrisse: "Senza purezza, noi siamo come bestie: i nostri sentimenti diventano scoli di fango". E ancora: "È stata la purezza che mi ha dato la capacità di spendermi per il mio popolo".  Sono affermazioni che fanno pensare.  Oggi i giovani non si sposano... perché non sanno amare. Oppure, se si sposano, i matrimoni non reggono: non perché finisce l'amore, ma perché l'amore non c'è mai stato. E non c'è stato, perché tanti giovani non sono capaci di amare. E non sono capaci di amare, perché non sono puri.
La vostra testimonianza pertanto è oggi particolarmente preziosa per restituire l'amore ad una società che purtroppo rischia di non conoscerlo più. Sant'Angela Merici, donna forte e semplice, vi guidi nella strada della fedeltà al vostro bel carisma.

 

ANGELA MERICI:

UNA SANTITÁ PER L’OGGI

di Alberto Margoni*

Introduzione

Celebrare i duecento anni della canonizzazione di Angela Merici non significa soltanto ricordare la decisione da parte della suprema autorità ecclesiastica del tempo di affidare alla gloria degli altari e alla venerazione del popolo di Dio la figura per tanti aspetti rivoluzionaria di una donna vissuta oltre 250 anni prima, ma ci porta ancor più a ripensare alla modalità della sequela di Cristo che questa donna ha incarnato nella propria vita e che con la sua canonizzazione viene proposta nella sua esemplarità, cercando al tempo stesso di cogliere l’attualità del suo carisma e soprattutto in che maniera l’intuizione mericiana possa ancora oggi costituire non solo una proposta significativa per la Chiesa e per il mondo, ma ancor più una via offerta alla donna cristiana, in qualunque luogo essa viva e si trovi ad operare, per giungere alla santità, all’intima e spiritualmente feconda unione con il Cristo sposo[44].

1. Il cristiano è chiamato alla santità

Quella santità alla quale tutti in virtù del Battesimo siamo chiamati, come ci ricorda la Lumen Gentium al n. 39, ma che sembra spaventare tante persone del nostro tempo, non solo tra quanti, pur dichiarandosi cristiani e cattolici, conducono l’esistenza orientandosi secondo modelli diversi rispetto al Vangelo di Gesù Cristo, ma anche tra coloro che frequentano le nostre comunità. Magari quegli stessi pronti, come è stato in occasione della morte del Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II, a scendere in piazza per acclamare: “Santo subito”, ma che poi di fronte alla proposta della santità come chiamata rivolta a ciascuno di loro se ne dichiarano esclusi, poco interessati ad assumere nel quotidiano una prospettiva che ritengono troppo impegnativa e quindi non fa per loro.
Questa disaffezione nei confronti della santità è certamente riconducibile ad immagini stereotipate e oleografiche proposte sino a non molti decenni or sono all’attenzione dei fedeli che hanno finito per rendere la santità non solo poco praticabile ma neppure attraente. Quasi fosse una realtà da supereroi senza macchia e senza paura ma, in fondo in fondo, ritenuti da molti non pienamente realizzati come uomini e come donne. Tutto questo in base ad una concezione che ancora vede il cristiano che voglia essere autenticamente tale, impossibilitato a misurarsi e ancor più a compromettersi con il proprio ambiente, con il mondo in cui vive, con la propria storia. E allora molti ritengono i santi o delle persone che hanno scelto di stare fuori dal mondo, autori di una fuga spiritualista che ha ben poco di umano e ancor meno di cristiano, o della gente scomoda, fuori dal tempo e dalla realtà; dei bigotti, bastian contari per natura, incapaci di godere le gioie della vita.
Ma al tempo stesso, nella nostra società dei paradossi e delle contraddizioni, è dato di assistere ad un rinnovato interesse per i Santi. (Mi perdonino coloro che provengono da altri Paesi se alcuni riferimenti sono determinati dalla mia esperienza italiana, ma è qui che vivo ed opero. Quindi la mia riflessione necessita di essere considerata in relazione a questo che è certamente un limite del quale mi scuso e spero mi perdonerete). Accennavo ad un rinnovato interesse per esempio per le pubblicazioni sui Santi: collane editoriali, libri allegati a riviste, persino album di figurine che riproducono santini, collezionismo di santini di ogni epoca…Si tratta allora di cogliere nuovamente quella alla santità non come una condizione statica ma come una realtà dinamica: non si nasce santi, ma lo si diventa, giorno per giorno. Certamente in primis in virtù del Battesimo ma anche attraverso una risposta quotidiana alla propria vocazione. La santità infatti prima ancora di essere un impegno assunto e fatto proprio da parte del credente e ancor più dalla persona consacrata, è una chiamata, è un dono di Dio per il quale non possiamo vantare meriti. Colui che ci chiama ad essere “santi come lui è Santo”, ci offre anche la Grazia santificante per poterlo essere. Da parte nostra quella alla santità dev’essere quindi un obiettivo verso cui tendere attingendo continuamente ai doni che Dio nella Chiesa mette a nostra disposizione
(i Sacramenti) come rimedio alla nostra debolezza.

2. Santi nel mondo e per il mondo

Nella sua prima enciclica, Deus Caritas est, Papa Benedetto XVI ci ricordava una grande verità: “Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini ma si rende invece ad essi veramente vicino” (n. 42). Questo è stato quanto mai vero per Angela Merici che ha fatto della secolarità l’elemento innovativo e rivoluzionario della propria intuizione e l’ambito operativo della Compagnia di Sant’Orsola. Ecco quindi un primo elemento che ci porta a dire come l’intuizione di Sant’Angela e il suo carisma che porta a vivere la consacrazione a Dio nel mondo anziché nella clausura di un convento, costituiscono una proposta quanto mai attuale per una santità che non è fuga dal mondo ma impegno a vivere il Vangelo e a dare a Dio il primato nella realtà di ogni giorno, nel quotidiano, nel secolo come si diceva un tempo, secondo quella che è la condizione, lo stato di vita proprio di ciascuno, laico o consacrato che sia. L’intuizione di Angela, che dedica il III cap. della Regola a “Del modo del conversar nel secolo” (Del modo di comportarsi nel mondo), ha fatto proprio, assumendolo, il senso profondo del grande mistero dell’Incarnazione: il Totalmente Altro che si fa Uomo, il Lògos che diviene carne, il Verbo eterno di Dio che si fa nostro fratello e assume su di sé la nostra condizione umana e la redime morendo in croce e risorgendo da morte. Quale assoluta vicinanza! Il massimo della solidarietà con l’umanità. E le donne appartenenti alla Compagnia sono chiamate a non avere neppure l’abito quale segno distintivo della propria condizione di vergini interamente consacrate allo Sposo, ma non per questo risultano meno impegnate ad essere nel corso dei secoli e in tutto il mondo, lievito nella società e nella Chiesa. E questo proprio attraverso l’agire quotidiano fatto di affabilità, attenzione, cura, premura, interesse per l’altro non dettato da desiderio di possesso ma con quello spirito oblativo tipico di chi nel Cristo sposo ha trovato il tesoro della propria esistenza e vuol condurre a Lui altre persone perché possano anch’esse fare esperienza dell’amore di Dio che libera, promuove e realizza appieno la persona umana. La secolarità va intesa quindi non solo come caratteristica peculiare della Compagnia ma ancor più come luogo teologico. Lo ricordava Papa Benedetto XVI il 3 febbraio scorso nel suo discorso ai partecipanti alla Conferenza mondiale degli Istituti Secolari[45] a 60 anni dalla pubblicazione della Costituzione apostolica Provvida Mater Ecclesia da parte di Pio XII nella quale veniva data una configurazione teologico-giuridica agli Istituti Secolari. Ha affermato Papa Ratzinger: «A rendere il vostro inserimento nelle vicende umane luogo teologico è, infatti, il mistero dell’Incarnazione (…). L’opera della salvezza si è compiuta non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini». Ed è quindi entro la storia umana che si delinea il percorso di vita, l’ambito dell’apostolato e il contesto nel quale prende forma quello che il Papa definisce “il cammino della vostra santificazione”. Un itinerario che assume connotati specifici: «L’adesione oblativa al disegno salvifico manifestato nella Parola rivelata, la solidarietà con la storia, la ricerca della volontà del Signore iscritta nelle vicende umane governate dalla sua provvidenza». Quindi non il rifiuto della storia umana nella quale tante volte sembrano prevalere il male e quelle strutture di peccato che l’uomo da solo non riesce a sconfiggere ma anzi sembra ancor più far proprie ed accentuare quanto più si distacca da Cristo, ma la storia come luogo nel quale ricercare la volontà del Signore cogliendo nelle vicende umane l’agire della Provvidenza divina. Parlare di Provvidenza all’uomo del nostro tempo che ha la presunzione di controllare con gli strumenti della scienza, della tecnologia e dell’economia ogni aspetto della natura e della vita umana potrebbe far sorridere i laicisti più accaniti. Ma noi lasciamo che ridano perché appunto di presunzione si tratta, come mostrano accadimenti sempre più frequenti in un ambiente naturale che, sempre più soggetto allo sfruttamento intensivo dell’uomo, rischia di diventare luogo inospitale per l’uomo stesso che pare incapace di controllare quel timone che aveva la presunzione di tenere ben saldo tra le mani. Occorre quindi riscoprire nella storia del nostro tempo l’azione provvidente e previdente di Dio che ha in mano e mantiene ben salde le redini del mondo, nonostante le storture dell’uomo e un’informazione globalizzata che ben difficilmente ci dà conto della foresta di bene che cresce in silenzio preferendo il frastuono dell’albero che cade.
In questo mondo dove tutto passa, Dio solo basta; ma Dio si è inserito egli stesso nel mondo pur rimanendo il Totalmente Altro. Cristo ha fatto della sua vita una lotta incessante di fronte agli assalti del mondo e nello stesso tempo una incarnazione profonda dentro la realtà quotidiana. Occorre quindi cercare il volto di Dio nel cuore del mondo, luogo e mezzo ineliminabile di santificazione; inseriti in esso ma senza disperderci ma anzi splendendo “come astri nel mondo, tenendo alta la Parola di vita” (Fil 2,16). In altri termini, si tratta di evitare il doppio scoglio dell’indifferenza e della dispersione nel mondo o, in positivo, di unire in noi Marta e Maria per essere contemplativi nell’azione e attivi nella contemplazione.

3. Le caratteristiche della missione secolare

 Quali sono allora le caratteristiche della missione secolare? Anzitutto la testimonianza delle virtù umane, delle quali gli scritti mericiani sovrabbondano. Tra queste la più evidente è la maternità. In un’epoca come la nostra che in tanti casi sembra indulgere verso una  concezione di maternità intesa non come dono ma come diritto, come desiderio da soddisfare a tutti i costi, ovviamente nei tempi fissati dal modello economicamente più allettante della donna in carriera, fosse pure una maternità surrogata, delegata a provette di laboratorio o ad uteri in affitto, ebbene in questo contesto la figlia di Sant’Angela è chiamata a vivere il carisma della maternità, quello stesso che ha contraddistinto in modo peculiare la fondatrice della Compagnia, al punto tale da essere definita dal compianto Divo Barsotti “la più grande santa nella Chiesa italiana a manifestare il carisma della maternità”[46]. Una maternità vocazionale, elettiva, spirituale ma non per questo disincarnata bensì tesa (attraverso la vicinanza, il consiglio e l’azione fattiva) ad aiutare la persona a raggiungere la maturità interiore, a realizzare se stessa, a comprendersi creata ad immagine e somiglianza di Dio, redenta in Gesù Cristo e chiamata alla santità nel dono di sé. Una maternità che in S. Angela assume i caratteri della tenerezza e dell’affabilità, senza peraltro rinunciare, fosse pure per quieto vivere, all’esercizio dell’autorità, meglio se coniugato con la fermezza e l’autorevolezza che porta ad ammonire e a consigliare, a esortare al bene e a distogliere dal male[47]. Compito quanto mai urgente in un mondo che in molti casi sembra aver smarrito la capacità di intravedere i confini oggettivi tra bene e male. Frutto questo della deriva messa in atto dal relativismo che Benedetto XVI non si stanca di denunciare. E da cosa deriva questo esercizio della maternità? Dall’amore sponsale per Cristo di cui l’amore al prossimo viene ad essere la conseguenza e l’attuazione. E anche quando una persona esercita nel proprio ambito un compito di responsabilità e di governo (all’interno della Compagnia o nell’ambiente di vita e di lavoro), questo va sempre declinato con l’umiltà e con la stima per l’altro, eliminando ogni forma di autoritarismo che impedisca la piena promozione della persona. Ecco allora che anche la correzione domanda di essere effettuata solo dopo un opportuno discernimento e sempre con discrezione e carità[48]. Una maternità che è chiamata ad assumere il carattere dell’esemplarità[49]. Diventa infatti assai difficile pretendere dagli altri ciò che non fossimo in grado noi stessi di attuare. Certamente questo non porta a voler primeggiare, a mettersi in mostra o ad assumere atteggiamenti di superiorità, bensì domanda capacità di farsi vicini e di accompagnare la persona senza sostituirsi ad essa nel compimento delle scelte, ma aiutandola, nella pluralità di opzioni e nel pieno esercizio della libertà personale, ad effettuare scelte mature e consapevoli. Quindi occorre avere fiducia nelle possibilità e nelle capacità degli altri[50].
Se la maternità spirituale definisce il carattere peculiare del carisma mericiano, si individuano anche altre caratteristiche specifiche della missione secolare. Tra queste segnalo la testimonianza di virtù umane quali la giustizia, la pace, la gioia che scaturiscono dall’aver messo Cristo al primo posto dell’esistenza. Inoltre la bella condotta di vita di chi non ha bisogno di mettersi in mostra perché la sua vita parla da sé e in questo modo può davvero costituire per le persone che gli vivono a fianco un ponte volto a favorire l’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale. È l’impegno nella società perché la persona umana sia sempre riconosciuta come fine e mai come strumento nei diversi settori del vivere civile: dalla politica all’economia, dall’educazione alla salute pubblica, dalla ricerca scientifica al lavoro. In ognuno di questi ambiti va riconosciuta e promossa sempre la dignità della persona umana, dal concepimento sino alla morte naturale. Così disse Benedetto XVI all’incontro del febbraio scorso: «Sentitevi chiamati in causa da ogni dolore, da ogni ingiustizia, così come da ogni ricerca di verità, di bellezza e di bontà, non perché abbiate la soluzione di tutti i problemi, ma perché ogni circostanza in cui l’uomo vive e muore costituisce per voi l’occasione di testimoniare l’opera salvifica di Dio».

 

4. Abitare la città: l’impegno della testimonianza

 

Siamo così giunti al tema della testimonianza al quale peraltro è opportuno porre una premessa. Ritengo che mai come ai nostri giorni il cristiano e ancor più chi è consacrato debba sentirsi chiamato a prendere coscienza della rilevanza di abitare la città per agire in essa come lievito capace nel suo piccolo di trasformare, di rigenerare, di condurre a Cristo. Come pure quelle autorevoli di Papa Benedetto: “Il luogo del vostro apostolato è perciò tutto l’umano (…) sia dentro la comunità cristiana, sia nella comunità civile dove la relazione si attua nella ricerca del bene comune, nel dialogo con tutti, chiamati a testimoniare quell’antropologia cristiana che costituisce proposta di senso in una società disorientata e confusa dal clima multiculturale e multireligioso che la connota”. E quale profonda antropologia possiamo attingere dagli scritti di Angela! Laddove la persona è posta davvero al centro perché in Cristo e nel rapporto con gli altri possa trovare il senso, la riuscita della propria esistenza. Ecco allora delinearsi il significato profondo dell’abitare la città. Quella realtà che da sempre si presenta in modo talvolta ambivalente se non addirittura ambiguo, come mistero di bene e di male, di santità e di peccato. Ma la città è anche uno dei luoghi privilegiati dell’incontro dell’uomo con Dio. È costruita, abitata, santificata, consolata, allietata e salvata dal Signore. Tuttavia essa è pure il luogo dell’orgoglio umano, del frastuono, dell’idolatria, del peccato e della miseria. Nel cuore della città dunque il cristiano è chiamato a una duplice lotta: per il Signore e contro il male. All’erotismo dilagante, al prestigio del denaro, alle malie del potere, il laico consacrato (uomo o donna che sia) contrappone fermamente una vita di povertà, di umiltà, di purezza, con o senza voti. “Nessun chiostro proteggerà la tua preghiera; la campagna non ti donerà serenità; la tua virtù non sarà salvaguardata dalle mura della clausura[51]. Una città quindi che mette alla prova, purifica e santifica. Ma anche una città nella quale vivere e praticare la carità evangelica e testimoniare la speranza cristiana della quale il mondo oggi ha assoluto e urgente bisogno. Se è vero che S. Angela non ha indicato particolari, specifiche forme di impegno apostolico e sociale, tuttavia la persona consacrata che vive nel mondo, non diversamente da ogni cristiano, è chiamata con la propria vita, nell’ambiente in cui vive ed opera a praticare la carità di Cristo e ad essere propositiva e incoraggiante, capace di generare speranza. Ricordava il Papa nell’ottobre scorso al 4° Convegno della Chiesa italiana celebrato a Verona, in uno dei discorsi che hanno contrassegnato in modo determinante questo primo tratto di pontificato: «Sappiamo bene che la scelta della fede e della sequela di Cristo non è mai facile: è sempre, invece, contrastata e controversa. La Chiesa rimane quindi “segno di contraddizione”, sulle orme del suo Maestro, anche nel nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d’animo. Al contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apologia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza (…). Dobbiamo rispondere “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pt 3,15-16), con quella forza mite che viene dall’unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero, dell’azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica”. Una testimonianza che si declina negli ambiti propri della vita personale: nella famiglia, nel servizio ecclesiale, nel lavoro, nei momenti di festa, nella cultura, nella cittadinanza. Proprio attraverso una multiforme testimonianza resa possibile da un campo d’azione quale è il mondo, può emergere il grande sì che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, e il grande sì che voi avete dato in risposta alla chiamata specifica che il Signore vi ha rivolto. Un sì che coinvolge libertà ed intelligenza, volontà e fede. Ed è proprio attraverso questo nostro sì pronunciato una volta come opzione fondamentale della nostra vita e della nostra specifica consacrazione ma chiamato pure a divenire risposta quotidiana, proprio attraverso questo nostro sì la nostra fede nel Dio dal volto umano può portare la gioia nel mondo.

5. Un progetto di vita da far conoscere

 Accennavo prima, citando il Pontefice, alla testimonianza pubblica. Questo mi offre lo spunto per affrontare un ultimo aspetto che forse travalica il tema che mi è stato affidato ma che comunque ritengo questione al giorno d’oggi di non poco rilievo. Ed è quello della comunicazione. Non voglio fare il sociologo e neppure il massmediologo. Tuttavia avendo avuto un’esperienza, sia pure limitata nel tempo, di servizio nella Compagnia di S. Orsola della città in cui vivo (e proprio a partire da questa) e in virtù di una certa deformazione professionale ho maturato alcune considerazioni o, meglio, alcuni interrogativi che vi propongo. Prendo spunto dal titolo di un capitolo del numero monografico di una rivista[52] nella quale veniva presa in esame sotto i suoi molteplici aspetti la vita religiosa. Potreste subito obiettare che non vi riguarda e avete ragione. Ma lo prendo solo come spunto. Un articolo era titolato “Un mondo fuori dal mondo”[53] e un paragrafo parlava di “Un mondo poco conosciuto, distante e parzialmente estraneo”. Se questo era principalmente riferito ad istituti e congregazioni religiose dotate, in linea generale, di una loro visibilità data dall’abito che rende riconoscibili, da una struttura organizzativa che spesso vede la presenza istituzionalizzata di persone incaricate della comunicazione nelle sue varie sfaccettature (dalla rivista dell’istituto ai rapporti con i mass-media, almeno quelli cattolici e locali) mi chiedo cosa avvenga per istituti secolari dove la riconoscibilità non è data dall’abito, dove in linea generale non viene condotta vita in comune dai membri dell’istituto e dove forse sono ancora poche le persone delegate alla comunicazione che, penso non occorra ribadirlo, al giorno d’oggi è elemento fondamentale. Se non compari è come se tu non esistessi.
Lasciamo immediatamente cadere, ovviamente, la questione dell’abito che non ha nulla a che fare con gli istituti secolari (neppure per quanto riguarda, che ne so, un cinturino[54]), così come la questione della vita in comune. Ma domandiamoci: cosa facciamo per far conoscere 1) che ci siamo; 2) chi siamo; 3) qual è il nostro carisma. Sempre rifacendomi alla mia personale e dunque parziale esperienza, un giorno un seminarista studente di teologia con una zia Figlia di S. Angela, me ne parlò con questa definizione: “Mia zia suora”. Se questo era il nipote immaginiamoci i preti della diocesi! Quanti ancora penseranno alle Figlie di S. Angela (sempre che ne siano informati dell’esistenza) come a suore, o mezze suore, o consacrate impegnate al più ad insegnare, a fare le catechiste o come collaboratrici del clero nelle canoniche (stavo per dire: le perpetue)! Se questa è la conoscenza che presumo possa avere di voi gran parte del clero, non oso immaginare la confusione presente nei laici. E allora mi chiedo: al di là dei rapporti personali che intrattenete con molte persone, al di là dell’importanza di essere comunque lievito che sparisce nell’impasto pur rendendo visibile e apprezzabile la sua azione (ma quando lo si inserisce nell’impasto si sa comunque che quello è lievito e non farina o zucchero), siete conosciute nella vostra diocesi dal clero e dai laici? Il settimanale cattolico, la radio diocesana parlano di voi? Cosa fate per rendere note le vostre iniziative e, con esse, il vostro peculiare carisma? Sono domande persino banali, me ne rendo conto. Ma come fa una persona a considerare il vostro carisma, il vostro progetto di vita se non vi conosce e nemmeno sa che esistete? Ora, non si tratta di partire lancia in resta per crociate massmediatiche, bensì di considerare la capacità di comunicare come un obiettivo ormai divenuto primario, una necessità stringente per tutti gli istituti religiosi e secolari, così come per i movimenti, le associazioni e anche per le stesse comunità parrocchiali. E questo può avere un grande impatto non solo a livello informativo ma anche vocazionale. Io stesso, se in prossimità dell’ordinazione sacerdotale non fosse comparso un titolo di una mia testimonianza pubblicata sull’inserto del giornale che ora dirigo, molto probabilmente non avrei potuto interessarmi e approfondire gli studi su S. Angela, grazie allo stimolo e al concreto appoggio della Federazione (che non mi stancherò mai di ringraziare) e certamente oggi non sarei qui con voi (anche se qualcuna di voi potrebbe pensare: sarebbe stata una fortuna). A parte le battute, desidero essere presuntuoso fino in fondo, certo che mi perdonerete. Se oggi Angela dovesse ripetere le famose esortazioni rivolte alle sue figlie: «Fate, muovetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a lui col vostro cuore…» penso che non riterrebbe estraneo l’ambito della comunicazione che non diventa esibizione, violazione della riservatezza personale ma anche possibilità di annuncio e di testimonianza vocazionale. E ricordatevi la parola di Gesù: «I figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce».

Conclusione

 La proposta di vita istituzionalizzata da S. Angela con la fondazione della Compagnia, la sua stessa esistenza indicata due secoli fa con la sua canonizzazione da parte della Chiesa come modello di vita valido per il cristiano di ogni luogo e di ogni tempo sono davvero motivi per i quali ringraziare ancora oggi il Signore. In lei si è e rimane aperta ancor oggi la via verso la santità e quindi la piena realizzazione di sé, per la donna che vive nel mondo. Tantissime donne, Figlie di S. Angela, l’hanno testimoniato in questi secoli. Permettetemi qui di ricordare Elisa Tarolli e tante altre insieme con lei. La loro testimonianza, la vostra testimonianza quotidiana ci dice che quella di Angela Merici è una via valida e attuale da poter proporre anche oggi alla donna per rispondere alla universale chiamata del Signore alla santità. Grazie.

 

LA SANTITÀ DI ANGELA MERICI

LETTA DA UN MEMBRO

DI ISTITUTO SECOLARE

(Roma, 25 maggio 2007)

 M. R. Z.- già Presidente CIIS

 

Introduzione

Sono bresciana, perciò la figura di sant’Angela Merici mi ha sempre interessato ed incuriosito: di lei ho sentito parlare fin da quando ero bambina, ma il modo con cui mi era presentata, non sempre me l’ha resa simpatica ed attraente e non riuscivo a comprendere la profondità del suo messaggio. In giro circolava l’espressione di “mezze suore” riferita alle Figlie di sant’Angela e soprattutto l’espressione “mezze” non favoriva un “incontro ravvicinato”.Solamente molti anni più tardi, dopo aver scelto di far parte di un Istituto secolare, mi sono avvicinata a lei ed ho cercato di approfondirne la conoscenza e di comprendere più da vicino l’originalità del suo carisma e della sua opera.
Le difficoltà che lei, che ha percepito la possibilità di una vita consacrata in pieno mondo, ha incontrato, non hanno seppellito la sua ispirazione, che si è fatta strada nella storia ed è riemersa quando la comunità credente e la società erano pronte a recepirla. E sant’Angela ha così scritto una pagina fondamentale della Chiesa, che attende ancora di essere letta ed interpretata. Ora mi fa piacere essere con voi nel momento in cui la “ricordate”. Ritengo che il “ricordare” sia un aspetto molto importante della vita di ogni persona ed anche di ogni istituzione. Il ricordo, infatti, diventa celebrazione, ma diventa anche progettazione.
Io mi limiterò a condividere con voi quanto la lettura dei testi di sant’Angela mi ha suscitato e gli interrogativi che mi ha posto: ho avvertito molte consonanze che attraversano tutti gli Istituti secolari e molte intuizioni che sono estremamente attuali anche oggi.

Quale santità?
Quando penso a sant’Angela penso ad alcune caratteristiche della sua santità: mi pare una santità che genera ed una santità che chiama.

Anzitutto, è una santità che genera: è una santità che dà la vita e che dà la luce per vivere. Ed è una santità che chiama: ha chiamato e chiama voi, pronte a reinventare ogni giorno il suo messaggio, e chiama ogni membro di Istituto secolare, impegnati a far circolare, nel tessuto di ogni giorno, la sua intuizione profetica. Penso ad alcune caratteristiche che l’allora card. Ratzinger, intervenendo al Sinodo nel 1994, individuava come tipiche di un profeta:
·         vivere l’amicizia con Dio, il dialogo amichevole con Lui, che porta al discernimento della Sua volontà, a vedere la storia di Dio, a vedere Dio dentro la storia
·         annunciare senza timore questa volontà nel proprio momento storico, accettandone le conseguenze, tra cui l’essere una persona scomoda, ma anche saper intercedere tra Dio e gli uomini
·          rinviare sempre a Cristo, al mistero della Sua croce e della Sua resurrezione. Mi sembrano le caratteristiche di sant’Angela. Dovrebbero essere le caratteristiche di ognuna di noi.
Il contesto in cui sant’Angela è vissuta, il Cinquecento, era un contesto molto limitato per la donna, costretta a scegliere tra il matrimonio ed il convento. Con l’istituzione della Compagnia lei propone, alle donne del suo tempo, e non solo, la possibilità di una nuova modalità di esistenza nella Chiesa e nella società. Sant’Angela, facendosi interprete della situazione del suo tempo, traccia un percorso nuovo: le vergini della Compagnia non sono monache, non sono sostenute da un Ordine maschile, non sono semplici associate di una pia confraternita devozionale, non emettono voti pubblici, non vivono in clausura, non conducono vita comune in senso canonico, non indossano un abito comune. La Compagnia di sant’Orsola, infatti, nasce come un’istituzione secolare che segna la promozione della donna, rivendicando al nubilato la dignità di stato di vita riconosciuto. E’ un progetto che rompe gli schemi in vigore e che solamente quattro secoli dopo raggiungerà il pieno riconoscimento giuridico.
E, all’interno di questa intuizione, se ne colloca un’altra, altrettanto significativa: “Per governare questa Compagnia si dispone che si eleggano quattro vergini fra le più capaci della Compagnia, e almeno quattro matrone vedove, prudenti e di vita onesta…” (Reg.XI,1-2): sono delle donne che guidano altre donne, con un’autorità che ha tutte le caratteristiche della maternità. E’ una maternità vocazionale che ha l’obiettivo di aiutare la persona a realizzare ciò che è chiamata ad essere; una maternità radicata nella tenerezza di Dio e si deve esprimere sempre. “Vivete e comportatevi in modo che le vostre figlioline possano specchiarsi in voi. E quel che volete che loro facciano, fatelo voi per prime” (Reg.VI, 1-2).
E’ l’intuizione di una “cura” tra donne e l’invito ad intessere relazioni autentiche. E’ una riforma della Chiesa attraverso un ritorno alle origini. Ma sarà anche un cammino lungo e faticoso della Chiesa e della società per comprendere appieno la profezia di sant’Angela. Un altro elemento significativo della “profezia” di sant’Angela è il suo rapporto con il mondo, visto come luogo dell’incontro per la persona consacrata. Ed è il luogo in cui ella ha deciso di vivere.
La Regola chiede di essere, in mezzo agli altri, sacramento vivo di Dio. Come donne, siamo state chiamate a manifestare questo primato di Dio, a proclamare che Lui è al centro delle nostre vite e l’unico vero significato dell’esistenza di ogni persona. A questo scopo, mettiamo a disposizione la visibilità della nostra umanità, del Dio silenzioso, invisibile, nascosto, del Dio “debole”, in modo che ancora una volta tra gli uomini e le donne del nostro tempo possano rendersi visibili l’amore fraterno di Cristo, la paternità del Padre, la sua misericordia, la sua tenerezza, il suo perdono, la sua speranza…Per molte persone noi siamo la “visibilità di Dio”. Sarà grazie a noi consacrati secolari che esse capiranno (oppure no) qualcosa di Dio e del significato del loro vagare incerto nella vita.
Profondamente radicate nel mondo, nel nostro contesto socio-culturale, profondamente radicate in Cristo, sentiamo l’adesione alla proposta della sequela come dimensione strutturale portante della nostra esistenza. Cogliamo l’annuncio della possibilità di una vita evangelica secondo le beatitudini da realizzarsi nell’ordinarietà del quotidiano. In esso, anzi, sant’Angela invita a riscoprire la pregnanza dei consigli evangelici, la loro significatività in ordine ad una piena disponibilità e quindi alla realizzazione di una gioia più autentica.
Ora, di fronte alla secolarizzazione del nostro tempo, ad una sempre più drammatica separazione tra fede e vita, che tende a relegare la fede nel santuario intimo della coscienza, ad una fede che stenta a diventare cultura, comprendiamo che è urgente l’intuizione di sant’Angela della necessità di essere apostoli del quotidiano, capaci di intrecciare una sintesi armonica tra fede e vita, tra le verità credute e le decisioni che ne sono una necessaria conseguenza, affinché il Vangelo diventi fonte ed ispirazione del nostro agire. E’ l’invito a portare la consacrazione all’interno stesso della realtà secolare, nel cuore del mondo e della vita, sapendo e scoprendo la positività del creato, capovolgendo l’impostazione della “fuga mundi” come unico modo di santificazione, facendo anzi del mondo il “luogo teologico” (come avrebbe detto Paolo VI) della nostra vocazione.
Significatività della donna e della presenza nel mondo: valori che hanno camminato da sant’Angela ad oggi, ma valori non ancora pienamente esplorati, percepiti talvolta con atteggiamento di scetticismo, percorsi che chiedono di essere ancora portati a compimento. Valori che si esprimono negli Istituti secolari sorti in questi anni, portatori di originali e differenti sottolineature nella spiritualità e nella prassi.

Le parole della santità

La santità di sant’Angela mi pare sia una santità che esprime l’esperienza di una persona integrata. E la persona integrata è quella che non abolisce niente, ma fa girare tutti gli impulsi vitali e tutte le componenti della propria esistenza attorno ad un centro vivo. Essa, in tutto ciò che avverte dentro di sé, nelle sue azioni e nei suoi progetti, cerca costantemente di ritornare al centro. E’ l’esperienza di Angela che propone una preghiera che coinvolge tutta la persona, compresi i sensi, compreso il corpo, dalla preghiera vocale alla preghiera mentale, in modo che la persona sia una “persona orante”, unita allo Sposo, anche se impegnata in molteplici attività. (cf Reg.V). E’ una santità che si presenta come lo sforzo continuo di sintesi tra Vangelo e cultura, tra valori assoluti ed esperienza quotidiana, tra l’amore di Dio e l’amore alla storia degli uomini.
Tra tutti gli aspetti della santità mericiana ho scelto un aspetto, che certamente non è il più eclatante, ma mi pare una prospettiva interpretativa, un punto di vista con cui andare a rileggere tanti altri aspetti. E’ quasi uno “stile” che rende particolari altre cose, tipiche di ogni vita cristiana e caratteristiche della secolarità consacrata. L’ho preso dalla lettera ai Colossesi (3,2) “La vostra vita è ora nascosta con Cristo in Dio”.E’ l’aspetto della “vita nascosta”, non la vita per ciò che essa subito manifesta di sé, ma la vita colta alla luce del mistero che la abita, del segreto a cui rimanda.
E’ una santità in “chiaroscuro”. Il chiaroscuro indica una situazione di trapasso, dove i contorni ed i colori non sono ancora nitidi, dove bisogna aguzzare la vista, dove bisogna svegliarsi e tener desta l’attenzione. E’ una “nascostezza” che fruttifica, è un saper indicare il futuro che illumina, è l’atteggiamento di chi sa di essere una “iniziatrice” ma lascia la sua opera nelle mani di Dio. E’ un aspetto che si presenta con alcuni caratteri, che io ritengo estremamente attuali.

·      La disponibilità all’azione dello Spirito

“La fortezza e il vero conforto dello Spirito Santo siano in tutte voi” (Ricordi, Prologo, 3). Il nostro cammino spirituale avviene nell’obbedienza, nella disponibilità ad accettare che non siamo noi ad imprimere la direzione alla nostra vita, se non per la decisione di affidarci allo Spirito. In questo modo accettiamo la prospettiva secondo la quale il Signore ha la signoria sulla nostra vita e noi, come figli e come creature, accettiamo di dipendere. Questo ci impegna a far prevalere l’obbedienza sul protagonismo, l’affidamento allo Spirito sul desiderio di decidere in autonomia, il donarsi sul possedersi, sull’appartenersi, sull’affermarsi.

·      Il senso dell’interiorità

E’ il richiamo ad una vita capace di raccoglimento, di silenzio, di profondità, ricca di ragioni, di capacità di affidamento, di fedeltà ad un grande progetto ideale nelle situazioni più semplici e più umili della vita. Proprio di fronte all’esteriorizzazione, alla superficialità, al “consumo” di esperienze di oggi, ci chiede di saper fare scelte di essenzialità, di semplicità e di interiorità che ci consentano di ritrovare, nel segreto di noi stessi, la strada della comunione con il Signore.
Mi sembra che si possa dire che oggi il mondo ci consegna una specie di esasperazione di esperienza personale del soggetto, una scompostezza tra interiorità ed esteriorità. Le persone vivono come se fossero sempre “in piazza”, esibendo spudoratamente la propria interiorità, rovesciandola addosso agli altri.
Anzi, mi pare che  si viva una certa schizofrenia: a volte si valorizza solo l’esteriorità, vivendo sempre fuori di sé; a volte ci può essere anche un’enfasi dello spirituale. Proprio perché spesso l’interiorità è compressa, rimossa, ritratta in un terreno privato, proprio per questo, quando viene ritrovata, è spesso esibita, spudoratamente dichiarata.
Oggi prevale una esibizione eccessiva del proprio mondo interiore, dei propri sentimenti, delle emozioni. Il salotto televisivo si è sostituito al confessionale ed anche allo studio dello psicanalista; la terapia e la cura del disagio spirituale è quella di metterlo in piazza. Ma questa intimità continuamente sovraesposta porta ad essere una persona spaesata, che non si ritrova più, perché si è affidata a parole leggere, a sguardi indiscreti, a dichiarazioni spudorate ed alla fine non ha nessuno che la possa accogliere, custodire e le possa permettere un riconoscimento. Il riconoscimento di sé, infatti, chiede la discrezione di relazioni vere e custodite, chiede il segreto di uno sguardo amorevole, chiede radici nascoste perché profonde.
Non so se sant’Angela fosse un tipo introverso od estroverso. Però io non ho colto in lei tratti scomposti, gesti eccessivi o parole di troppo. Ho visto compostezza e riservatezza, che sono espressive proprio perché sono così. Come dire: ciò che non si vede, attrae. E’ l’invito di Gesù ad essere luce e sale, che non significa sovresporsi, farsi vedere, ma ci suggerisce una luminosità (trasparenza) nascosta (come il sale che non si vede). L’interiorità non è una cosa che non si vede, piuttosto è qualcosa che plasma e forgia gli atteggiamenti esteriori.
Bisogna imparare da sant’Angela a leggere dietro e dentro le pieghe della storia, come se ogni vita ed ogni evento rimandasse ad una radice ulteriore, più profonda, che la rende però per questo affascinante, perché custodisce un segreto che non si lascia subito cogliere.

·     
Il quotidiano

Dobbiamo saper vivere con grandezza il quotidiano, il tempo più comune, pesante e ripetitivo della vita. Dire “quotidiano” non significa dire tempo di impegno dimesso, in tono minore, ma occorre la capacità di vivere con grande respiro, con grande amore ogni istante ed ogni situazione. Significa dare dignità ad ogni momento e testimoniare che ogni istante della vita è salvato.

·    
La solitudine

Essa è qui vista come la condizione comune e tipica dell’impegno e della testimonianza del laico, il quale in famiglia, nel lavoro, in politica, di fronte a scelte difficili, può consultarsi solamente con la propria coscienza, che la proposta della comunità cristiana e le sollecitazioni del proprio Istituto avranno contribuito a formare. Siamo chiamate a vivere la grande e terribile esperienza della libertà cristiana: esperienza grande, che corrisponde alla dignità ed al valore della coscienza umana, ed al tempo stesso esperienza terribile perché ci pone nell’inquietudine, di fronte al rischio, perché nessuno tutela dalla possibilità di sbagliare.

·     I piedi per terra

Dobbiamo partire sempre dal piano terra della vita, dobbiamo partire dalle situazioni, per stabilire un rapporto con la realtà faccia a faccia, per sostenere lo sguardo di chi ci cammina accanto e per accettare il cambiamento che ci viene dagli altri.
E l’esperienza dimostra quanto le donne abbiano i piedi per terra e difficilmente perdano il contatto con la realtà quotidiana, con cui bisogna continuamente fare i conti. Ed al tempo stesso sognano e si azzardano in progetti utopici. Ma è un sogno che svela tutta la sua capacità costruttiva, a favore di tutti.
Penso che potremo tutte concordare che il nostro mondo, ovunque noi ci troviamo, è realmente “assetato” di spiritualità, di una spiritualità caratterizzata dall’Incarnazione, non avulsa dalla storia, ma capace di permeare con la legge dell’Incarnazione la situazione concreta.
Forte è l’interrogativo di fronte al vuoto di essenzialità dell’uomo d’oggi, allo scacco etico, alla ricerca di una  espressione religiosa, a cui siamo chiamati a dare una risposta, in una ricerca di proposta nuova, liberante ed esigente di spiritualità evangelica.

·      Lo spirito di comunione

Mi pare una caratteristica molto forte nella spiritualità di sant’Angela: “Siate legate l’una all’altra col legame della carità, apprezzandovi, aiutandovi, sopportandovi in Gesù Cristo (…) E io vi dico che, stando voi tutte così insieme unite di cuore, sarete come una fortissima rocca o torre inespugnabile contro tutte le avversità” (Ultimo ricordo). Parlo della comunione nei nostri gruppi, nei nostri Istituti, nelle nostre parrocchie, nel territorio dove viviamo, perché la comunione è una legge che non ammette deroghe. Se noi vogliamo la comunione, dobbiamo volerla sempre. Poi ci riusciremo parzialmente, ma dev’essere un’intenzione costante, ovunque ci troviamo.
Dobbiamo gettare ponti tra le persone, dobbiamo essere esperte in dialogo in tutte le direzioni. Dobbiamo essere cercatrici di persone.
In una logica dell’Incarnazione, entrando nel mistero di Dio che ha voluto condividere la natura umana, fino al dono totale di sè, non possiamo non assumere questa dimensione specifica della spiritualità che ci è stata donata; e ciò, sul piano concreto, comporta l’arte del dialogo, l’accettazione incondizionata dell’altro, lo scambio di esperienze, la gestione dei conflitti senza lacerazioni. Se guardiamo alle nostre storie e alle nostre esperienze “forti”, ci accorgiamo della ricchezza che abbiamo ricevuto, e che siamo state capaci anche di donare con entusiasmo e generosità; ma, accanto a questo, quante chiusure, quanti pregiudizi ci hanno impedito di fare concretamente un pezzo di strada con un fratello o una sorella, magari proprio con quella che ci era più “prossima”!. Eppure questo è un salto di qualità sempre più urgente e necessario, per dare una testimonianza che “parli” della gioia di aver scoperto la propria chiamata, di aver accolto un progetto di amore che ci attendeva da sempre, per costruire una “famiglia” capace di guardare con fiducia al proprio futuro, anziché rinchiudersi nella stanza dei ricordi.

·                    La presenza degli altri

La nostra spiritualità deve insegnarci a declinare parole come: starci… condividere… scendere… fermarsi… perdere tempo… sopportare… resistere… Quindi non una spiritualità fatta di “gesti-vetrina”, non una spiritualità fatta di parole senza prassi, ma ogni parola deve essere rivelazione di una storia, di una prassi, di un sogno. La conseguenza di tutto ciò è accettare una spiritualità “normale”, ed accettare che essa ci trasformi. E’ accettare e vivere questa normalità, soprattutto nelle nostre relazioni, nelle quali deve primeggiare la tenerezza, l’allegria vitale, la compassione, la fiducia nell’altro, nel servizio e nella preghiera, come espressione di amicizia con Dio e come espressione della ricerca della sua volontà e non tanto del nostro progetto.
Dalla contemplazione all’azione, dall’azione alla contemplazione: un rimando costante segna l’itinerario della nostra spiritualità e della spiritualità di sant’Angela. Ne ha un profondo bisogno il nostro tempo, caratterizzato dalla foga del “qui, adesso”, dalla disperazione che segue il fallimento del generalizzato desiderio di onnipotenza.
Lo sguardo proteso all’Altro, capace di rivolgersi oltre l’immediato, senza per altro ignorarlo o scavalcarlo, incoraggia a trovare soluzioni per una qualità di vita più consona alla vocazione di fraternità e solidarietà che l’umanità porta inscritta in sé. Non si tratta allora di cercare risposte e soluzioni fuori della propria vita, di ricreare una religione del “tempio” in cui, di tanto in tanto, ricollocare azioni e pensieri, quasi alla ricerca di un tonico per la propria sopravvivenza. Si tratta piuttosto di percorrere l’esperienza fino in fondo, nella vasta gamma di opportunità che essa va svelando, certi che essa è abitata da una Presenza capace di orientare la nostra vita. Il sacro è nell’esistenza, è nascosto nelle sue pieghe più intime come il tesoro nel campo.
Questo conferisce autorevolezza e forza al nostro impegno, spinge a cercare e valorizzare strumenti e occasioni che ci vengono offerti dalla realtà storica stessa. Ministri di Dio nella storia, di una liturgia che si compie nei gesti quotidiani delle relazioni, del lavoro, degli affetti; annunciatori e servitori della gioia, perché custodi del segreto che porta a rimotivare costantemente azioni e scelte, a superare i momenti di scoraggiamento nella consapevolezza di un progetto che abbraccia noi e tutta l’umanità.

La sequela di Gesù…

Vivere la sequela di Gesù nel cuore del mondo, all’interno del tessuto concreto di relazioni e condizione comuni ai propri compagni di viaggio significa, per noi consacrate secolari, imparare a coniugare consacrazione e secolarità. Scopriamo che non sono aspetti antitetici, ma che è la realtà di tutti i giorni a portare dentro di sé infinite sollecitazioni, impariamo a percorrerla in compagnia del suo Autore, apprendendo a riconoscerne la sorprendente creatività alla scuola di Suo Figlio, divenuto il Tu con cui confrontare ed interpretare l’esistenza.
Scopriamo che la nostra vita, come quella di tutte le persone, può essere segnata dalla gioia. “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Le parole del Vangelo di Giovanni fanno riecheggiare con abbondanza alle nostre orecchie parole come “gioia”, “vita”, “coraggio”, “promessa di eternità”. Sono parole che si annodano ad immagini fondanti quali quelle del pane, dell’acqua, dell’amicizia.
Questo è l’alveo in cui si muove il discepolo di Gesù, chiamato a condividerne l’esperienza in tutta la gamma di vicende liete e tristi da cui è segnata. Soprattutto egli abbraccia una logica precisa, quella del dono e del servizio. Una dimensione che certo non mortifica, anzi, esalta le potenzialità umane.
Queste immagini, ricche e allietanti, sembrano in contraddizione con il senso di rinuncia e di mortificazione a cui troppo spesso si vuol relegare l’esperienza cristiana, soprattutto quella di chi, attraverso i vincoli sacri, si propone di vivere i consigli evangelici. Sono immagini che portano nell’ottica della gioia, della vita, dell’abbondanza che attraversa l’esperienza di chi ha incontrato, nella sua esistenza, la proposta cristiana ed ha scoperto di poterla percorrere in solidarietà con le donne e gli uomini del suo tempo. La prima tappa è quella dell’incontro con il Dio dell’incarnazione, con il Dio che per amore degli uomini ha voluto porre la sua dimora nel mondo, ha chiesto di abitare nel cuore di ogni uomo.  E’ quest’incontro che trasfigura profondamente l’esistenza, che insegna a leggere con occhi diversi quanto si svolge sotto il nostro sguardo. E’ questa logica dell’incarnazione la forza del cristiano, ma anche lo specifico di una consacrazione secolare che nasce proprio dalla convinzione che il “sacro” non è oltre l’esperienza, l’attraversa tutta, l’esalta, lievita tutte le sue possibilità e risorse. Giocare la vita non significa però estraniarsi dalla società, vivere in un orto chiuso la propria religiosità o ritagliarsi, in pieno mondo, un angolo fatto a propria misura.
Sant’Angela non chiede, tanto, di adattare a situazioni diverse di vita delle pratiche ascetiche, ma di scoprire il valore che verginità, povertà, obbedienza possono assumere all’interno dell’esperienza concreta.
Vivere in verginità, povertà, obbedienza ha significato da sempre testimoniare una totalità di dedizione, espressa, prima che nell’azione, nell’assolutezza di un rapporto che dà senso alla propria vita e in cui la Chiesa ha letto il rapporto sponsale di Dio con l’umanità.
E la sponsalità con Cristo è proprio uno dei nuclei fondamentali della spiritualità mericiana. (Prologo,7)
E’ una parola-chiave che dà colore e forza agli altri aspetti, che sembrano espressioni ripetitive del concetto di fondo. Infatti ogni grande idea è unica e travolgente ed è continuamente ripresa e plasmata. Mi sono posta una domanda: “Che cosa dice a noi questa intuizione? Come è possibile tradurla oggi? E’ un’intuizione utopistica, che riscalda il cuore ma illude la mente, oppure ha la forza di penetrare i rapporti?” Essa implica, oltre l’impegno a vivere nella verginità e la radicalità nella pratica dei consigli evangelici, una vita intima con Cristo-Sposo, una testimonianza edificante per il prossimo, la dimensione apostolica data alla preghiera ed alla penitenza e l’impegno ad un “apostolato” mirante a diffondere l’ideale della consacrazione.
Il fine ultimo è quello di realizzare la comunione d’amore con Cristo. Il fine della consacrazione è un fine contemplativo: l’unione nuziale con Cristo. L’amore nuziale è poi l’espressione più alta dell’amore umano, in quanto impegna la volontà, esige un libero consenso. E solo nell’amore nuziale la persona vive il dono reale di se stessa. Infatti nell’amore l’amante esce da sé per vivere sempre più nella persona amata.

 

… nell’ obbedienza

Ho trovato interessante il fatto che nella Regola il capitolo dell’obbedienza sia posto all’inizio: è il richiamo  alla nostra vocazione che è, soprattutto, obbedienza. “E’ meglio obbedire che offrire sacrifici” (Reg.VIII, 3.5). “E soprattutto: obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo ci suscita nel cuore lo Spirito Santo” (Reg.VIII, 3.14). “Imparò l’obbedienza dalle cose che patì…”Anche per Gesù, come per ognuna di noi, la via dell’obbedienza è un cammino che va compiendosi. Nella sua vita terrena, giorno dopo giorno, va delineandosi cosa significhi “fare la volontà del Padre”. Dalle nozze di Cana, in cui è sua madre a chiedergli di manifestare la provvidente azione di Dio verso gli sposi amici, al contatto con la gente che lo divora con le sue domande di salvezza; dalla disponibilità costante all’ascolto alla prossimità con emarginati ed esclusi, dalla condivisione con gli apostoli alla vicenda ultima del Getsemani e del Golgota la traiettoria è una sola: “mio cibo è fare la volontà del Padre” (cfr Reg.VIII, 3). Una volontà esigente, che si trasforma in vita nuova per sé e per gli altri.
La valenza cristologica dell’impegno di obbedienza, il voler vivere la sequela del Cristo obbediente, distingue questo consiglio da un semplice assenso o da una pia pratica di rinuncia alla propria volontà; vivere l’obbedienza è invece un atteggiamento costante di collaborazione attenta e fattiva, un coinvolgimento pieno e totalizzante. Quella di Gesù e quella che viene chiesta ai suoi discepoli non è quindi un’attitudine passiva, che si limita ad eseguire espliciti comandi con una adesione più o meno convinta. E’ una obbedienza che nasce dal di dentro delle cose e degli eventi. Nasce da una progressiva assimilazione della “mentalità” di Cristo. Fermarsi sulle strade con la donna di Samaria, entrare nella casa di Zaccheo, percorrere chilometri e sfidare il pericolo per giungere a Betania, dall’amico ormai morto, farsi lavare i piedi da una peccatrice, lavarli lui agli apostoli sono gesti imprevedibili che non nascono da un comando, ma dall’amore e dall’amore ricevono la caratteristica della creatività.
E’ questa la via tracciata dal Figlio di Dio per coloro che vogliono seguirlo più da vicino. Ancora una volta il segreto è farci familiari a Lui, fino ad assimilare i suoi stessi sentimenti, così come ha fatto Lui con il Padre suo. Non è facile affinare una tale sintonia, farci guidare da quelle linee portanti di giudizio che la Parola ci indica e che la comunità ci aiuta a decifrare.
La comunità credente e la comunità di appartenenza diventano luogo privilegiato per questo discernimento. Non sono però, per noi consacrate secolari, fonte di richieste esplicite di obbedienza o, almeno, lo sono eccezionalmente. La nostra vita si svolge nel contesto familiare, lavorativo, sociale, ecclesiale. E’ qui che dobbiamo leggere come schierarci per la costruzione del progetto di Dio. L’obbedienza diventa allora esigenza di sviluppare la sensibilità e la disponibilità allo Spirito, diventa quindi fedeltà alla preghiera, all’ascolto della Parola, all’aggiornamento. Diventa competenza nel nostro lavoro, capacità di cercare strumenti adeguati, rispettando l’autonomia delle realtà temporali (cf GS). Diventa, ancora, intraprendenza, apertura a ricercare relazioni nuove e gratuite.
E’ obbedienza quindi alle persone, ai valori profondi che le abitano e che solo una persona attenta, abituata all’ascolto, in costante dialogo con l’Altro, può recepire.

… nella verginità

“Prima di tutto si ricorda come ognuna che starà per entrare o per essere ammessa in questa Compagnia, debba essere vergine e debba avere la ferma intenzione di servire Dio in tale sorta di vita. Poi: che entri lietamente e di propria volontà” (Reg.I, 1-4).
“Per la castità l’essenziale non è la rinuncia al piacere, ma l’orientamento complessivo della vita verso un fine. Dove questo manca la castità decade inevitabilmente nel ridicolo. La castità è il presupposto per pensieri alti e seri” (D.Bonhoeffer).
Raccolgo questo pensiero di Dietrich Bonhoeffer, cristiano della Chiesa confessante tedesca, che ha saputo fare della sua vita un dono ed ha saputo testimoniare con la sua morte di avere colto il senso profondo della logica cristiana, di avere davvero orientato tutta la sua esistenza ad un fine: l’amore dell’altro fino al sacrificio della vita. In quest’affermazione, nata durante la prigionia nel campo di concentramento, quando certo le condizioni non erano quelle più idonee alla meditazione, alla contemplazione, ai buoni sentimenti, troviamo in qualche modo la sostanza di quanto ho letto nella Regola di sant’Angela al cap.IX, quello dedicato alla verginità.
In esso sant’Angela afferma, in modo concreto, la necessità di non essere invidiose o malevole, e di allontanarsi dalla discordia e dal sospetto, ma soprattutto invita alla carità, alla pienezza dell’amore. La verginità rende libere ed aiuta a non essere gelose, invidiose, risentite nei confronti dei fratelli. Proprio perché la sposa ama coloro che sono amati dallo sposo: è il forte legame che c’è fra la verginità e la carità.
La verginità è rappresentata dall’immagine del “cuore indiviso”, un cuore libero, trasparente: essere persone vergini, libere e gioiose.
Nell’epoca di sant’Angela, un’epoca di monacazione forzata, colpisce l’insistenza sulla libertà di questa scelta e sulla dimensione sacrale della verginità. “Facendo volontariamente sacrificio a Dio del proprio cuore” (Reg.IX,2).
Davvero per Angela la verginità è sacra, poiché è un dono che proviene da Dio, è una grazia e si può anche perdere se la persona non si impegna per mantenerla.
La verginità senza amore è addirittura “ridicola”, ci porta l’immagine di persone rigidamente chiuse in se stesse, precluse ad ogni comprensione con l’altro, testimoni, nella loro vita, di sterilità e di sospetto.Se questo è sempre stato vero, diventa ancor più evidente in un’epoca come la nostra in cui si è andato riscoprendo il valore della corporeità e la vita affettiva ha acquistato un posto di rilievo, al di là dei fraintendimenti che questo ha comportato.
E’ a livello affettivo che si gioca la destinazione stessa dell’esistenza, quindi la finalità della propria scelta di vita: la forza della castità è nell’orientamento stesso della vita, il Signore Gesù. La scelta di non sposarsi appartiene alla stessa logica che ritroviamo nella parabola della perla ed in quella del tesoro nascosto nel campo: orientare tutta la vita verso quanto si è scoperto di veramente prezioso.
Naturalmente non basta non sposarsi per vivere la verginità. La scelta richiede una dimensione di sponsalità e di dialogo che abbraccia tutta l’esistenza e che porta ad indirizzare le proprie risorse alla realizzazione dei piaceri dello sposo. In questo caso essi consistono nel progetto del Signore sull’umanità, di cui il consacrato si fa partecipe in modo particolare. L’immagine di Giovanni che reclina il capo sul cuore di Gesù (Gv 13,25), che condivide con Lui il dramma del tragico momento della Passione è l’eloquente icona del rapporto di intimità del discepolo con il Signore.
Questa forte dinamica di comunione, di condivisione, di contemplazione passa attraverso quanto la persona ha di più prezioso e di costitutivo: la vita di relazione. In essa si tenta di coniugare il comandamento dell’amore. Consacrarsi a Dio, allora, significa desiderare di vivere pienamente tutte le relazioni, senza pretesa di essere ricambiati, pronti a scommettere per chiunque la propria esistenza, proprio come ha fatto il Figlio di Dio.
E’ un progetto ambizioso, che si scontra con limiti e chiusure, con fallimenti ed infedeltà, ma rimane l’orizzonte per chi ha fatto sua questa avventura.
Il risultato del cuore libero è la gioia, anzi, la letizia (Reg.IX,11): è un sentimento intimo, spirituale, profondo, che accompagna la scoperta del “tesoro nascosto nel campo”.

… nella povertà

“Esortiamo (…) ognuna ad abbracciare la povertà, non solamente quella effettiva delle cose temporali, ma soprattutto la vera povertà di spirito, con la quale l’uomo si spoglia il cuore da ogni affetto e da ogni speranza di cose create e di se stesso” (Reg.X, 1-5).
Servo, svuotato, consegnato (cf Fil 2). Così le pagine della Scrittura ci portano a considerare il Figlio dell’Uomo nei giorni della sua passione. Ci indicano una povertà estrema che si fa donazione di forze, di sogni, di ogni tipo di potere umano. Eppure quelle stesse pagine ci portano a contemplare un uomo “padrone” della sua vita che, fino all’ultimo, non si sottrae alle sue responsabilità ma continua a giocarla, fedele alle sue regole di gioco.
In questa luce si illumina anche la dimensione della nostra povertà, che non ha senso se, prima di tutto, non si fa abitare da questo valore profondo di dono, di carità.
Procurarsi onestamente le risorse necessarie alla propria esistenza per viverla in una condizione dignitosa, per godere delle bellezze e dei doni che lo stesso Creatore ha voluto per i suoi figli, fa parte della vocazione dell’uomo. L’esperienza credente, soprattutto del mondo occidentale, è stata attraversata da suggestioni e conquiste che ne hanno esaltata la missione. Nella riscoperta della centralità dell’uomo nell’universo, sono state a volte persino travisate le sue possibilità di potenza, trasformandolo da custode delle risorse in dominatore o addirittura usurpatore a danno di altri membri della stessa famiglia umana, degli animali, della natura. La possibilità di guidare e amministrare sono state interpretate, in qualche momento storico, manifestazione stessa della benevolenza di Dio nei suoi confronti ed hanno portato a giustificare deviazioni e ideologie.
Il consacrato secolare vuole conformarsi a Cristo povero e vivere con questo orientamento il suo rapporto con i beni. Non si tratta però per lui di rinunciare alla facoltà di possedere e di amministrare. Infatti anche la Compagnia può avere dei beni “che devono essere bene amministrati e che vanno dispensati con prudenza, specialmente in aiuto alle sorelle e secondo gli eventuali bisogni” (Reg. XI, 22-24).
Vivere fianco a fianco con gli altri, avere uno stipendio e, magari, dei beni di famiglia da amministrare, gestire attività imprenditoriali o ricoprire incarichi politici e sociali richiedono certo un modo diverso di vivere la povertà rispetto a quello tradizionale, ma offrono anche l’occasione di ricercare uno stile di vita comprensibile e proponibile anche ad altri.
E’ un ripensare nell’oggi quanto la legislazione ebraica utopicamente additava: la terra non è di chi la possiede, ma di Dio; l’uomo ne è un semplice amministratore: non può trasformare questo compito di tutela in possesso geloso. Il consacrato secolare è particolarmente avvertito a conoscere le leggi che regolano la vita sociale, a far suo il rispetto per l’autonomia delle realtà temporali che la Gaudium ed spes addita ai laici. Non è quindi solo nella rinuncia, anche se passa pure attraverso di essa, la strada indicata per vivere la povertà. Ancora una volta non si tratta tanto di una privazione ascetica di uno o dell’altro dei beni, quanto della profonda condivisione della logica del Regno, una logica di condivisione e comunione, di giustizia e fratellanza.
Esistono dei criteri con cui fare i conti e maturare una vita donata, che diventi piena realizzazione per sé e per gli altri. Una vita che, prima di tutto, risponda al desiderio di assomigliare sempre più a Gesù, fattosi povero per amore degli uomini.

 

Per concludere

Come al tempo di sant’Angela, seppure per motivi e condizioni diverse, noi secolari consacrati possiamo svolgere oggi un ruolo fondamentale per la comunità se ci facciamo interrogare dalle stesse domande che l’uomo d’oggi avverte, se non le nascondiamo dietro la presunta convinzione di avere già la risposta. La fedeltà ad ogni costo all’aderenza alla realtà, l’assunzione delle responsabilità civili ed ecclesiali nelle strutture concrete, con i loro vantaggi ed i loro limiti, sono il modo storico di tradurre, nell’oggi, l’impegno della sequela e la chiave per poter dire ancora qualcosa ai nostri compagni di viaggio.A modo di conclusione, raccolgo per punti alcune indicazioni, che mi pare emergano dall’insegnamento di sant’Angela:

·                    Una prima indicazione si definisce come necessità di maturare un atteggiamento di dialogo, di comunione, che sappia proporre, senza complessi di inferiorità, progetti e valori, fatti e sistemi.
·                    Imparare a “pensare in grande” (Rosmini), senza pretendere di avere il monopolio della verità e nella diffidenza di ambigue suggestioni che ci fanno sentire “profetiche” quando non raccogliamo simpatia e non siamo più leggibili.
·                    Accettare di rendere testimonianza a “valori deboli”, come sono il primato della persona sul successo, dell’essere sull’avere e sull’apparire. Perché è proprio nella debolezza sociale dei valori che ci può essere una profezia per tutti.
·                    Cominciare a farsi presenti con tutta la ricchezza della nostra radicalità evangelica, capace di colmare il bisogno di affettività e di armonia che la realtà di oggi porta alla luce. E questo con l’umiltà di chi ha realmente appreso a contare sulla beata e indivisibile Trinità (Reg. Prologo).
·                    Far emergere una cultura ed una ecclesiologia di comunione che ci renda capaci di protagonismo per la forza di far saltare pregiudizi e chiusure e perché sa offrire la strategia dei piccoli passi.
·                    Essere donne consacrate singolarmente nuove, non per ostinata fedeltà ad una ideologia del momento, quanto piuttosto per l’attenzione data alla Parola di Dio ed ai segni dei tempi. Capaci, più che di invocare miracoli, di far sì che si realizzino.
·                    Spetta a noi, donne consacrate, curare la ferita narcisistica delle persone di oggi ed aprirle alla speranza, che non deve essere confusa con il senso ottimistico della vita, ma che è fede che sa creare fiducia anche dove non sembra esserci lo spazio libero per essa.
·                    Essere persone riservate e composte, in modo da essere trasparenti della gloria del Padre.
·                    Ma, soprattutto, dobbiamo essere donne di comunione, perché “l’amarsi e l’andare d’accordo insieme è segno certo che si cammina per la via buona e gradita a Dio” (Decimo Legato, 12).
E se, come donne consacrate, sapremo accogliere la proposta di sant’Angela, riusciremo a rendere più bello il volto della Chiesa e, forse, anche quello della nostra società.

 

 

25 maggio 2007

Celebrazione Eucaristica

nella Parrocchia

di Sant’Angela Merici in Roma

 

 

Omelia di Mons. Luciano MONARI

Vescovo di Piacenza-Bobbio Vice Presidente CEI

 

Naturalmente voi conoscete la vita di Sant’Angela e la sua esperienza spirituale, non posso insegnarvi molto in questo, e allora preferisco ricavare, dal Vangelo che abbiamo ascoltato, quello che sta nel cuore dell’esperienza della santità. Credo possa aiutare a capire l’esperienza di Sant’Angela, ma credo possa aiutare a capire anche la vostra vocazione e la vostra missione.
E partiamo da quella parola detta da Gesù a Pietro: “Seguimi”.  Nell’ultima Cena, il giorno prima di morire, Gesù aveva detto ai suoi discepoli che era vicino il momento del distacco, e aveva detto: “dove io vado voi non potete venire”, non potete seguirmi. E Pietro si era ribellato. Voleva seguire Gesù e  perché non poteva? La risposta è: “per adesso non puoi seguirmi, mi seguirai dopo”. E allora Pietro, irruente com’ era: “perché non posso seguirti ora? Darei la mia vita per te.” Risposta di Gesù: “Darai la tua vita per me... In verità ti dico, prima che il gallo canti mi avrai rinnegato tre volte.
Pietro prima non poteva seguire Gesù. E adesso è Gesù stesso che gli dice: “seguimi”. Che cosa è cambiato? perché non poteva prima e adesso invece gli viene chiesto di farlo?
Leggiamo le parole precedenti: “Dice Gesù a Pietro: In verità, in verità ti dico quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”.
 La domanda è: che cosa significa seguire Gesù?
Se seguire Gesù volesse dire fare dei miracoli come li ha fatti Lui, Pietro ci sarebbe riuscito. Se seguire Gesù volesse dire conquistare il mondo con la propria forza e la propria volontà, forse Pietro ce l’avrebbe fatta. Ma seguire Gesù vuol dire accettare il cammino della sofferenza e della morte, il cammino della debolezza. C’è un momento della fede in cui siamo forti: quando siamo giovani, abbiamo tutto in mano, possiamo fare, vogliamo fare molte cose, abbiamo quasi l’impressione di essere onnipotenti. Ma, prima o poi, nella vita, viene l’esperienza della debolezza, della fragilità. Andando avanti, si comincia a diventare vecchi e quindi non si corre più veloci come quando si era giovani e quindi molte cose non si riescono più a fare.
I programmi del futuro non sono più così grandi, cominciano a restringersi e questo vuol dire l’esperienza di debolezza. Se vado al discorso di Gesù a Pietro dico: quella debolezza l’uomo deve accoglierla dalle mani di Dio e deve a trasformarla in obbedienza.
Attraverso le debolezze, e in ultima analisi attraverso la morte, il discepolo glorifica Dio perché segue Gesù. Gesù è passato per la via della debolezza.
Era questo che Pietro non conosceva e, per questo, Pietro non poteva seguire Gesù. Quando ha visto Gesù debole, Pietro ha detto che quel Gesù lì, lui non lo conosceva, era un estraneo per lui. Lui conosceva un altro Gesù, lui conosceva il Gesù dei miracoli.
E quando lo ha visto incatenato e portato al processo e alla sofferenza, allora Pietro ha perso la testa, non è stato capace di seguire il Signore.
Ma adesso, adesso può.
Perché può? Che cosa è cambiato in Pietro? 
In Pietro direttamente non è cambiato nulla, è sempre il povero uomo di prima, con le sue debolezze,  ma è cambiata una cosa: Pietro ha visto il suo Signore nella passione e nella morte e, siccome a quel Signore Pietro vuole bene, allora anche la passione e la morte cambiano figura.
La passione e la morte assumono un significato nuovo. Se dentro a quella croce c’è la possibilità di essere amici del Signore, allora anche la prova dell’umiliazione, della debolezza e della morte diventa sopportabile.
Per questo, tutto si gioca in quel primo dialogo del Vangelo che abbiamo ascoltato: “Dopo che ebbero mangiato Gesù disse a Simone Pietro: Simone di Giovanni mi ami tu più di costoro?”. E questa domanda viene ripetuta tre  volte. Viene ripetuta tre volte perché è decisiva, tutto si gioca qui. Se Pietro sarà capace di seguire Gesù nell’agonia e nella morte, tutto questo dipenderà dall’amore che ha per Gesù. Se gli vuole bene con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutte le forze, non avrà più paura della morte. E allora anche le situazioni di debolezza e della morte possono essere integrate, inserite dentro all’esperienza di vita di Pietro.

La santità è vivere alla sequela di Gesù.  

Allora la santità certo è l’innamoramento per il Signore. Non so se la parola innamoramento sia quella che vi piace, potete eventualmente cambiarla, ma vuol dire che il Signore diventi il centro della vita, che si desideri amarlo con tutto il cuore e con tutta l’anima e con tutte le forze. Allora anche l’esperienza della debolezza  - un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi-, anche questa perdita di autonomia, di autosufficienza che turba, è accettata. Viene trasformata  in amore e può dire al Signore la propria dedizione e la propria obbedienza.
Aggiungo ancora una cosa: il rapporto con Gesù deve essere un rapporto personale, intimo, affettuoso.
Ma viene da chiederci: è possibile avere un rapporto così con Gesù di Nazaret?. Gesù di Nazaret è vissuto tanti anni fa, in Terra Santa, non lo vediamo direttamente. E’ possibile avere un reale atteggiamento di amicizia verso di Lui o ci si inventa qualcosa di mentale, di immaginato? Naturalmente se Gesù fosse un uomo del passato, non sarebbe possibile. Io ho una stima consapevole, una stima grande del carissimo Socrate, ma non posso essere suo amico, appartiene ad un altro mondo a un’altra esperienza. Ma di Gesù, debbo dire che è risorto, quindi che è vivente, non appartiene al passato appartiene anche al mio mondo. E quando noi diciamo che Gesù è risorto, vogliamo dire che,  in Lui risorto, sono risorte tutte le sue parole. Quindi, la sua parola, è parola di oggi, è parola di un vivente.
Quando abbiamo una persona della quale siamo amici, l’amicizia si costruisce nel dialogo. Ascolto le sue parole, le ricordo come parole preziose per me nel segreto della mia memoria, le custodisco con affetto, perché sono parole segrete che indicano una comunione. Le parole di Gesù sono così.
Le parole di Gesù le dovete imparare ad amare, a conoscere, a ricordare nel cuore, le dovete accarezzare perché sono parole di affetto vero, sono le parole con le quali il Signore vivente entra in rapporto con voi e vi fa sentire il suo amore, riflettono i suoi desideri, i suoi progetti e, nelle sue parole, voi fate coincidere i vostri progetti e i vostri desideri con i suoi. E quello che vale per le sue parole, vale per i suoi gesti. Sono i gesti di Gesù che tocca il cuore e mi dice: “sii mondato”. Non è un gesto del passato è un gesto vivo di Gesù risorto e quindi, quel gesto, è un gesto che rimane in eterno. Quella mano del Signore che tocca il cuore è la mano che tocca anche la vostra vita, il vostro corpo e così tutto il resto.
Insomma, come morire se Gesù è risorto ed è vivo? E’ possibile attraverso le sue parole, è possibile custodendo nel vostro cuore la memoria dei suoi gesti, è possibile soprattutto nell’Eucarestia.
Credo che la santità venga di lì. La santità di sant’Angela non viene dal fatto che Sant’Angela apparteneva ad una razza umana particolare, viene dal fatto che ha toccato la carne del Signore, che ha incontrato Gesù e, in Gesù, ha incontrato l’amore di  Dio. E proprio perchè lo ha incontrato è diventata una creatura nuova e i suoi pensieri sono diventati i pensieri del Signore. E i suoi progetti sono stati capovolti dai progetti e dalla volontà del Signore. I santi sono così.
Sono fatti della stessa pasta di cui siamo fatti noi, ma hanno toccato il Signore.
“Seguimi”… è l’invito per ogni cammino di santità. Auguri! L’augurio che, naturalmente, quello che abbiamo ascoltato riviva, che quello che conoscete benissimo di sant’Angela si verifichi nella vostra vita. Anche a voi il Signore dice: “seguimi”. E voi non abbiate paura di seguire il Signore a motivo della debolezza e della croce, per la quale dovete passare, perché l’amore di Gesù è più forte.
Simone di Giovanni mi ami tu più di costoro? Possiamo rispondere come ha risposto Pietro la terza volta: “Signore Gesù tu sai tutto, tu sai che ti amo”.  E basta questo: che il Signore sappia questo vostro amore, che il Signore conosca il vostro desiderio di andare verso di Lui.
(dal registratore – testo non rivisto dall’autore)

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[1] Ricordiamo le date: solo due secoli dopo la sua morte si iniziò il Processo canonico secondo le norme della Congregazione, emanate nel 1582. Questo perché Angela  fu subito circondata da fede popolare ed era santa a voce di popolo, come si usava allora, prima dei decreti della Santa Sede, che resero più esigenti le norme. Per questo il Processo canonico tardò quasi due secoli: era pacifica la santità di Angela ed era tale secondo le abitudini precedenti. Ma non c’era un riconoscimento giuridico, che si volle ottenere con il processo canonico. Il 15 agosto 1758 Clemente XIII insediò la Commissione che avrebbe dovuto introdurre la Causa. Dopo dieci anni (30 aprile 1768) giunse la sentenza che escludeva la violazione dei decreti di Urbano VIII, il quale dichiarava nulla ogni canonizzazione che fosse stata caratterizzata da un "culto indebito", cioè tributato senza autorizzazione della Santa Sede. Così lo stesso Clemente XIII poté concedere la "conferma del culto" che già si tributava ad Angela. Per procedere alla canonizzazione occorreva, però, dichiarare l'eroicità delle virtù, il che avvenne sotto Pio VI il 16 giugno 1777. Occorsero altri dieci anni per esaminare i miracoli - tre nel nostro caso - approvati il 27 gennaio 1790. Pio VI il 15 agosto 1790 emanò il decreto de tuto, che autorizzava la canonizzazione «quanto prima» (Bolla n. 11), ma le vicissitudini del tempo - la Rivoluzione Francese andava manifestando il suo volto anticlericale -  la resero possibile solo il 24 maggio 1807, festa della SS. Trinità. Insieme ad Angela furono canonizzati Francesco Caracciolo, Benedetto da S. Filadelfio, Coletta Boilet e Giacinta Marescotti.

[2] Riprendiamo e modernizziamo un poco il testo della Bolla di canonizzazione, tradotto da don Pietro Dell'Acqua il 26 novembre 1924, consegnataci gentilmente dalle Orsoline di Milano.

[3] Dalla Bolla di canonizzazione n. 1.

[4] Bolla n. 1.

[5] Bolla n. 1.

[6] Bolla n. 5.

[7] La traduzione della Bolla dice «fanciulle», ma è un poco limitativo.

[8] Bolla, n. 8.

[9] Bolla n. 9.

[10] Basti ricordare il fallito viaggio alla corte di Vienna, presso Giuseppe II (1782); il conflitto con i vescovi tedeschi; le riforme di Pietro Leopoldo in Toscana, che si coniugano con il sinodo di Pistoia (1786); l’oppressione dei cattolici polacchi da parte della Russia, dopo le annessioni del 1772, 1793, 1795, seguite allo smembramento della Polonia.

[11] Altre fonti dicono che dopo alcune settimane essa fu nascosta nei sotterranei del palazzo, poiché c’era chi proponeva di distruggere il cadavere, che era stato imbalsamato secondo la tradizione, per evitare che i «fanatici» (leggi: «fedeli») ne facessero reliquie. Gli amministratori della città risposero che era più pericolo bruciare il cadavere del «cittadino papa», perché le ceneri sarebbero state reliquie ancora più appetibili.

[12]Solo nel Natale del 1801 Napoleone diede il permesso di riesumare la salma e riportarla a Roma, ove giunse il 17 febbraio 1802.

[13]Courrier Universel, 8 settembre 1799.

[14]Roger Aubert, La Chiesa cattolica e la rivoluzione, in: Tra Rivoluzione e Restaurazione. 1775-1830 XE "Compagnia di Maria"  (= Storia della Chiesa 8/1), Milano, Jaca Book, 1977, 49.

[15] Ludwig von Pastor, Storia dei papi, 16/3, 677-678.

[16]Allocuzione Ad supremum, 28 marzo 1800, n. 9. Ripresa da: Ugo Bellocchi, Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, 2, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1994, 331-333.

[17] Umiliante, perché l’imperatore d’Austria prima invitò il Papa a trasferirsi a Vienna sotto la sua protezione (… o controllo?), poi, al rifiuto del Papa, gli proibì di recarsi a Roma, attraversando i suoi territori italiani (= le Legazioni Pontificie) e Pio VII dovette portarsi a Pesaro e Ancona per via di mare: da qui, passando per Loreto, arrivò a Roma. Entusiasmante, perché la popolazione accoglieva il Papa con manifestazioni entusiaste.

[18] carlo Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese (dal 1783 al 1818), A.R.A., Milano, 1934, 183.

[19] Ripreso da: Trenta Giorni, n. 10, ottobre 1998, p. 77.

[20] Il Papa fu trasferito a Genova, da qui ad Alessandria, Torino, Grenoble, Valence, Avignone e poi rimandato a Nizza, Monaco, Oneglia, Finale Ligure e Savona.

[21] Il viaggio avvenne attraverso Viareggio, Sarzana. Per evitare Genova – e tener nascosta la deportazione – il papa fu imbarcato a Sampierdarena. Da qui proseguì per Alessandria e il Moncenisio, oltrepassato il quale gli fu amministrata l'Estrema Unzione, viste le condizioni di salute, poi il viaggio riprese e giunse a Grenoble il 28 luglio. Il 1° agosto ripartì per Cuneo, Mondovì, Ceva, Carcare, Cadibona e giunse a Savona il 17 agosto 1809.

[22] La notte del 7 gennaio il papa fu interrogato perché rivelasse i nomi di coloro che trasmettevano la sua posta all’esterno, sfuggendo alla censura; fu perquisito tutto il palazzo, persino le tasche della talare pontificia e fu sequestrato tutto quello che ci fosse nello studio e nella stanza da letto: compresi i foglietti di appunti e l’Ufficio della Madonna, il calamaio e le penne. Per precauzione, poi, gli fu tolto anche l’anello pastorale (quello del pescatore era già sequestrato) in modo che il papa non potesse fare neppure motu proprio o brevi: il papa, prima di consegnarlo, lo distrusse con le sue mani. L’unica persona che poteva avere contatto con il papa fu il medico curante, dottor Porta, ma solo perché era nascostamente un confidente della polizia. Vale la pena ricordare qui i messaggeri segreti del papa: l’ortolano Francesco Falco, che portava al papa i messaggi (e le sue risposte), nascondendoli tra i cavoli; Francesco Galleano, un muratore, che nascondeva i dispacci nella doppia suola delle scarpe; Paola Olivieri, addetta alla pulizie delle camere papali, che li nascondeva tra i cappelli della folta capigliatura e nel corsetto del busto e poi li lasciava tra le lenzuola del papa, prelevando quelli che il papa a sua volta lasciava. Questo traffico era possibile anche perché Pio VII sin dai primi giorni di permanenza a Savona chiese di poter ricevere i poveri e i popolani, che desiderassero vederlo. E la folla di gente comune era regolare: sono gli inizi delle udienza papali. La conseguenza dell’isolamento fu che il papa, non ricevendo cibo e rivenditori, arrivò a soffrire la fame: i savonesi, allora, gli facevano trovare pacchi di biscotti o involti di cibo lungo le mura dei giardini del palazzo in cui era rinchiuso.

[23] Propriamente lo aveva già portato lì la volta precedente, come si è detto.

[24] carlo Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese (dal 1783 al 1818), A.R.A., Milano, 1934,250.

[25] Napoleone ordinò di far partire il papa, vestito con una talare nera «come un semplice prete», su una vettura solo con il medico personale, avendo cura di attraversare di notte le grandi città lungo il percorso (Torino, Chambery, Lione). Così la notte tra il 9 e il 10 giugno 1812 il papa fu caricato su una carrozza, cui erano state fasciate le ruote con stracci e con i cavalli cui erano stati tolti gli zoccoli, per timore che il rumore, svegliasse la popolazione. Per nascondere la deportazione del papa, per alcuni giorni si continuò a cambiare la guardia davanti alle porte dell’episcopio, in cui il papa era (stato) rinchiuso; il prefetto continuò a presentarsi ogni giorno al palazzo; ogni giorno si ritiravano le vettovaglie e funzionarono le cucine per i pasti ed un valletto accendeva le candele per la messa del papa, che tradizionalmente era detta in privato (all’accensione delle candele, la gente doveva uscire: era il segnale che il papa stava per entrare a dire messa). Il viaggio del papa fu disastroso, tanto che nell’Ospizio di Moncenisio, i monaci diedero al papa l’estrema Unzione, mentre il medico accorso desistette da ogni intervento, poiché la morte sembrava imminente. Ma, secondo gli ordini, terminata l’Unzione, il papa fu caricato sulla carrozza, adattata alla meglio come lettiga. In queste condizioni il papa giunse a Fontainebleau il 19 giugno 1812. Fu alloggiato prima in una casetta fuori città, poi nel Palazzo del Senato, infine nel Castello Reale.

[26] Propriamente, il motivo fu che Napoleone volle impedire agli alleati di marciare su Fointanebleau, per vantarsi di aver liberato il papa. Per questo ordinò che il papa fosse di nuovo riportato a Savona. Questa volta fu un viaggio trionfale (23 gennaio – 16 febbraio 1814 XE "Congregazione di Picpus" ): giunto a Savona la popolazione, staccò i cavalli, per portare a braccia la carrozza.

[27] A ricordo del fatto fu istituita la festa di Maria Ausiliatrice.

[28]Testo in: Ugo Bellocchi, Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, 2, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1994, 392-395.

[29] Si veda per questa Compagnia restaurata: Giacomo Martina, Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1814-1983), Brescia, Morcelliana, 2003 (recensione di Marco Impagliazzo, «L'Osservatore Romano», 1 ottobre 2003, 8).

[30]La precisazione serve, perché i quadri che rappresentano l’avvenimento - con evidente necessità di propaganda - mostrano il papa benedicente l’eroe. D’altra parte era già un’umiliazione la presenza del papa, che, tradizionalmente, conferiva con autorità sua la dignità imperiale: ora doveva semplicemente assistere ad una autoproclamazione quanto mai laica.

[31] Era anche il giorno di nascita dello stesso Napoleone e si trovò qualche vescovo disposto a sostenere l’iniziativa: cf. Niero Antonio, Riflessi liturgici dell'età napoleonica a Venezia: il culto di san Napoleone e sue connessioni, « Ricerche di Storia Sociale e Religiosa » 55 (1999) 67-91.

[32]Catechismo ad uso di tutte le Chiese del Regno d'Italia. Edizione originale ed autentica, Stamperia Reale, Milano 1807. Sul Catechismo imperiale vedi: Andrè Latreille, Le catéchisme impérial de 1806. Etudes et documents pour servir à l'histoire des rapports de Napoléon et du clergé concordataire, Les Belles Lettres, Paris 1935; Rosa Pescini, La polemica sul Catechismo napoleonico e una confutazione romana di esso, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia» 17 (1963) 406-412; Francesco Pistoia, Nota sul Catechismo imperiale del 1806, «Rivista di Letteratura e di Storia Ecclesiastica» 8 (1976) 299-313.

[33]I Padri della Fede, tollerati nel 1802 XE "Scuole della carità"  e soppressi nel 1807; la Società di S. Sulpizio soppressa nel 1810 ed i Trappisti dispersi nel 1811, dopo che erano stati protetti, a condizione che ponessero le loro case sugli itinerari degli eserciti, per poter assistere i soldati durante le marce di trasferimento.

[34]Si legga la risposta al card. Caprara, cui l'imperatore aveva ordinato di intervenire: Carlo Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese (dal 1783 al 1818), A.R.A., Milano 1933, 223-225.

[35] Il 17 febbraio 1810 Napoleone impose il Senatusconsulto, che dichiarava estinto il potere temporale del papa. Conseguentemente, il principe ereditario dell’Impero francese avrebbe avuto come titolo quello di «Re di Roma». Al papa sarebbe stato assegnato l’uso di due palazzi, uno in Roma e l’altro in Parigi; avrebbe ricevuto una «lista civile» di due milioni di franchi e, alla sua elezione, avrebbe dovuto giurare di accettare i principi gallicani. Al papa fu sottratta la nomina dei vescovi, ma per fortuna, gli rimase la loro «istituzione canonica».

[36] Bolla n. 9.

[37] Che, per ordine di papa Clemente VIII, compose la sua Dottrina Cristiana breve da impararsi a mente nel 1597, cui nel 1598 seguì la Dichiarazione più copiosa della Dottrina Cristiana indirizzata ai catechisti.

[38] Che comunque apparve in traduzione italiana nel 1563. La prima edizione tedesca era stata fatta a Vienna nel 1554 col titolo Summa Doctrinae Christianae.

[39] Su catechismi in uso nel secolo XVIII è ancora (paradossalmente) valido lo studio di Francesco Gusta, Sui Catechismi moderni. Saggio critico-teologico, Ferrara, 1788.

[40] Pietro Stella, Casati Michele, in Dizionario Biografico degli Italiani 21 (1978) 262-265; Michele Casati, Compendio della Dottrina Cristiana, Mondovì, Baldassarre Rossi, 1765.

[41]Antonio Rosmini-Serbati, Catechismo disposto secondo l'ordine delle idee, Dalmazzo, Torino 1863, VII. Si veda anche la recente edizione a cura di Enrico Castelli in Opere edite ed inedite XVL, Padova 1973, 1-129 con ampia bibliografia.

[42]Enciclica Diu satis, 15 maggio 1800. Ripresa da: Ugo Bellocchi, Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, 2, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1994, 334-340: 337.

[43] Arturo Carlo Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della Rivoluzione, Laterza, Bari 1928, 93-95.

* Nato 37 anni fa a Desenzano (Brescia), terra che diede i natali a S. Angela Merici, è sacerdote della diocesi di Verona. Giornalista pubblicista, dal 1° ottobre 2006 è direttore responsabile del settimanale diocesano Verona Fedele. Collabora inoltre con i quotidiani Avvenire e L’Osservatore Romano. È autore del volume Angela Merici. L’intuizione della spiritualità secolare (Soveria Mannelli, 2000). Per tre anni è stato delegato vescovile per la Compagnia di S. Orsola – Figlie di S. Angela Merici di Verona.

[44] “… essendo voi state così elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio” (Regola, Prologo, 7). Seguiamo il testo: Sant’Angela Merici, Gli scritti. Regola. Ricordi. Testamento…, (a cura di L. Mariani – E. Tarolli), Brescia 2001².

[45] L’Osservatore Romano, 4 febbraio 2007, p. 4.

[46] D. Barsotti, La spiritualità di Sant’Angela Merici. Una famiglia attorno alla madre, Brescia 1980, p. 111.

[47] Cfr. Ricordi, II, 1-2.

[48] Cfr. Legati, III, 13-15.

[49] Cfr. Ricordi, VI, 1-2.

[50] Cfr. Ricordi, VIII, 3.

[51] Fraternità Monastiche di Gerusalemme, Monaci nella città. Libro di vita, San Paolo, Cinisello Balsamo 20056, pp. 115ss.

[52] Credere oggi, n. 157 (2007).

[53] Ibidem, pp. 22-36.

[54] Cfr. Regola, II, 5.