Gli Scritti di Sant’Angela Merici

Traduzione e divisione in versetti
a cura di L. Mariani e E. Tarolli

Cenni biografici

Angela Merici, secondo la tradizione, nasce a Desenzano del Garda (Brescia) in una casa di fianco al Castello, nel 1474 circa.

Il papà, Giovanni, era stato cittadino di Brescia. La mamma Caterina, risulterebbe sorella di ser Biancoso de’ Bianchi di Salò, per molti anni membro del Consiglio comunale di Salò.

Angela trascorre la sua infanzia,  la sua adolescenza e parte della sua giovinezza nella libertà dei campi e nello sfaccendare quotidiano della cascina,  in località “Le Grezze”, nella periferia di Desenzano, dove la famiglia si era trasferita.

Cinque i figli, tre maschi e due femmine. Angela doveva essere la penultima; dopo di lei era venuto ancora un maschietto.

Il padre di Angela sa leggere. Spesso in famiglia legge le vite dei Santi. Di queste letture Angela serberà un ricordo vivissimo e da queste letture – come racconterà lei stessa – sarà spinta a darsi, ben presto, a una vita sobria, spirituale e contemplativa.

Perduta la sorella e i genitori in brevissimo tempo – il padre viveva ancora nel 1492 – Angela, forse con il fratellino, va a Salò, ospite dello zio Biancoso de’ Bianchi.

Qui, anziché approfittare della vita agiata che le viene offerta, si fa terziaria francescana, per seguire Cristo più da vicino e per poter frequentare più liberamente i sacramenti. D’ora in poi sarà per tutti “Sur Anzola”.

Ritornata a Desenzano, riprende la sua vita di sempre: casa, campi, opere buone.

Nel 1516 i suoi superiori francescani la inviano a Brescia presso madonna Caterina Patengola che ha perso il marito e i figli. Angela incomincia così una missione di conforto e di consiglio che, a poco a poco, si allargherà ad abbracciare tutti quanti faranno ricorso a lei, alle sue preghiere, alla sua mediazione e alla sua azione pacificatrice.

Lasciando Desenzano, Angela non si sradica dalla sua città natale.

Sta di fatto, però, che dal 1516 abita a Brescia. Prima presso la nobile vedova Caterina Patengola, poi, per ben 12 anni, nella casa del giovane mercante Giovan Antonio Romano, poi, – dopo una parentesi a Cremona – per qualche mese nella casa dell’agronomo Agitino Gallo.

Finalmente – dopo una sosta presso san Barnaba – si trasferisce vicino la chiesa di Sant’Afra.

Da Brescia si assenta per andare in pellegrinaggio:  i pellegrinaggi, allora, erano una forma popolare di penitenza.

Si reca , in particolare, in Terra Santa [1524]:  sei mesi fra rischi e pericoli d’ogni genere, compresi pirati, briganti, tempeste e navigazione fuori rotta;

ed è pellegrina a Roma per il giubileo del 1525.

Nel 1529, alla minaccia di scorribande militari, accetta di sfollare a Cremona con la famiglia di Agostino Gallo ed altri concittadini. A Cremona ha contatti con la corte di Francesco II Sforza, il duca di Milano in esilio, che aveva voluto conoscerla durante un soggiorno a Brescia e che aveva raccomandato alle sue preghiere sé e il suo Ducato.

Rientrata a Brescia, si dedica all’opera cui dio l’aveva destinata: la fondazione della “Compagnia di Sant’Orsola”.

Ancora quand’era in Desenzano, un giorno ,nel campo, mentre le sue compagne mietitrice stavano a far merenda, lei si era raccolta in preghiera e, durante la preghiera, ebbe una visione che le portò un annuncio: Dio si voleva servire di lei per una nuova istituzione nella Chiesa.

 Angela dà avvio ufficialmente a questa istituzione il 25 novembre 1535.

A quei tempi, per la donna, erano aperte soltanto due vie: il matrimonio e il monastero di clausura. La famiglia naturale decideva del destino della donna. Angela offre alle donne un altro stato di vita che più tardi diverrà canonico: quello della consacrazione a Dio, scelta liberamente e vissuta da “spose del Figlio di Dio”, aperte alla maternità dello spirito, pur continuando a rimanere nel mondo, in famiglia o nel proprio ambiente di lavoro; non legate ad una attività comune, ma nemmeno isolate, perché membri di una famiglia spirituale.

A questa “famiglia”, Angela dà una Regola propria, Ricordi e Legati, con un profondo valore ascetico e spirituale,  nonché impregnati di notevole intuito pedagogico.

Angela, “Sur Anzola”, muore il 27 gennaio 1540 a Brescia, dove è sepolta nella chiesa di Sant’Afra, ora Santuario a lei dedicato. Sarà canonizzata dalla Chiesa il 24 maggio1807.  Ben presto l’idea e gli insegnamenti di Angela Merici si diffondono in Italia e nel mondo.

Mentre in Italia diversi Vescovi istituivano delle Compagnie di Sant’Orsola,in Francia, particolarmente, queste si trasformarono in comunità religiose e si estesero in tutti i continenti, per l’educazione delle ragazze.

Molte altre congregazioni di religiose orsoline sorsero nei secoli successivi, sempre riconoscendo Angela come loro Madre.

Oggi Angela Merici è conosciuta e venerata nel mondo intero, grazie alla diffusione della Compagnia di Sant’Orsola  nella sua forma secolare e dei diversi istituti di Suore Orsoline.

La spiritualità di Angela Merici, e quella delle sue “figlie”, è talmente attuale, tanto da potersi porre dopo un Concilio Vaticano II. I sui Scritti ne fanno fede.

Gli Scritti di Sant’Angela Merici:

Introduzione

L’approccio ai testi non è del tutto facile specialmente per chi li prende in mano per la prima volta. Sarà utile, quindi, sapere che:

la Regola è diretta ai membri della ” Compagnia di Sant’Orsola”. Essa indica loro la strada da seguire per divenire quello che devono essere: ” vere e intatte spose del Figlio di Dio “;

i Ricordi sono dettati per le dirette responsabili della Compagnia. Sono una raccolta di consigli e suggerimenti per aiutarle a guidare i membri della Compagnia, loro affidati, nella specifica vita spirituale;

il Testamento è rivolto alle matrone, nobili vedove di Brescia, che si interessavano alla Compagnia e che erano, in un certo senso, garanti della stessa di fronte all’autorità civile e religiosa. Angela si propone di istruirle sulla loro missione di cui sottolinea dignità e importanza, e di dar loro una certezza: “in cielo vorremmo vedervi in mezzo a noi”.

Il linguaggio e lo stile della Regola, dei Ricordi, del Testamento, cioè della lingua parlata,e non quello del testo scritto sono più che evidenti. E’ un dire spontaneo che sottolinea i punti più importanti e ripete e spiega.

Il fatto che le citazioni siano seguite da un “cioè” che non dà talvolta la traduzione letterale,  ma piuttosto una personale interpretazione, avalla il discorso: è la “Madre” che parla e cerca di chiarire l’idea che vuol sottolineare.

 

REGOLA

[Prologo]

1 Nel nome della beata ed  indivisibile Trinità.

2 Prologo sopra la vita delle vergini, recentemente incominciata col nome di Compagnia di Sant’ Orsola.

3 Alle dilette figlie e sorelle della Compagnia di Sant’Orsola.

 4 Poiché,figliole e sorelle dilettissime, Dio vi ha concesso la grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo e di unirvi insieme a servire sua divina Maestà,

5 dovete ringraziarlo  infinitamente che a voi specialmente abbia concesso  un dono così singolare.

6Infatti, quante persone importanti, e quante altre di ogni condizione, non hanno né potranno aver una tale grazia!

7Perciò, sorelle mie, vi esorto, anzi vi prego e supplico tutte, affinché, essendo voi state così elette ad essere vere ed intatte spose del Figliol di Dio,

8per primo vogliate conoscere che cosa comporta una tale elezione, e che nuova e stupenda dignità essa sia.

9Poi, che vi sforziate, con ogni vostro potere, di conservarvi secondo la chiamata di Dio,

10e che cerchiate e vogliate tutti quei mezzi e quelle vie che sono necessarie per perseverare e progredire fino alla fine.

11Non basta, infatti, incominciare, se non si avrà anche perseverato. Perciò dice la Verità: ” Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit “; chi avrà perseverato fino alla fine, quello sarà salvo.

12 E ancora dice:”Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud”; cioè: beati sono coloro ai quali Dio avrà ispirato nel cuore la luce di verità e avrà dato la voglia di desiderare la loro patria celeste; e che poi cercheranno di conservare dentro di sé tale voce di verità e tale buon desiderio.

13 Senza dubbio infatti potrà conservarsi solo quella persona che vorrà anche abbracciare i mezzi e le vie a ciò necessarie,

14poiché poca o nessuna differenza c’è fra il dire francamente: non voglio più servire Dio, e il non voler seguire le vie e le regole necessarie per potersi mantenere in tale stato.

15 E tanto più, sorelle mie, bisogna che siamo vigilanti, in quanto l’ impresa è di tale importanza che non potrebbe essercene una di importanza maggiore,

16perché ne va della nostra vita e della nostra salvezza,

17essendo noi chiamati a tale gloria di vita, da essere spose del Figliolo di Dio e da diventare regine in cielo.

18Ma qui è necessario essere accorti e prudenti, poiché quanto più un’impresa ha valore,tanto più fatica e pericolo comporta;

19perché non c’è sorta di male che qui non tenti di opporsi, considerando che qui siamo posti in mezzo a inganni e pericoli.

20E così si armeranno contro di noi l’acqua, l’aria e la terra, con tutto l’inferno, per il fatto che la carne e la sensualità nostra non sono morte.

21Neanche l’avversario nostro, il diavolo, dorme; lui che non riposa mai, bensì sempre ( come dice S. Pietro) come leone che rugge, guata e cerca in qual modo possa divorare qualcuna di noi, e con sue vie ed astuzie tanto numerosi che nessuno le potrebbe contare.

22Tuttavia, sorelle mie,non vi dovete spaventare per questo.

23Infatti, se vi sforzerete per l’avvenire, con tutte le vostre forze,di vivere come si richiede alle vere spose dell’Altissimo,

24e di osservare questa Regola come via lungo la quale dovete camminare, e che è stata composta per il vostro bene ,

25io ho questa indubitata e ferma fede, e questa speranza nella infinita bontà divina, che non solo supereremo facilmente tutti i pericoli e le avversità, ma li vinceremo anche con grande gloria e gaudio nostro.

26Anzi, passeremo questa nostra brevissima vita consolatamente,

27e ogni nostro dolore e tristezza si volgeranno in gaudio e allegrezza; e troveremo le strade, per sé spinose e sassose, per noi fiorite e lastricate di finissimo oro.

28Infatti gli angeli di vita eterna saranno con noi, nella misura in cui noi parteciperemo alla vita angelica.

29Su da brave, dunque! Abbracciamo tutte questa santa Regola che Dio per sua grazia ci ha offerto.

30E, armate dei suoi santi precetti, comportiamoci così virilmente che anche noi, come fece santa Giuditta, troncata coraggiosamente la testa d’ Oloferne, cioè del diavolo, possiamo ritornare gloriosamente in patria;

31dove da parte di tutti, e in cielo e in terra, verranno a noi grande gloria e trionfo.

32E adesso, dunque, di grazia, state tutte attente, con cuore grande e pieno di desiderio.

Del modo di ricevere  Cap. I

 1Prima di tutto si ricorda come  ognuna che starà per entrare o essere ammessa in questa Compagnia, debba essere vergine,

 2e debba avere la ferma intenzione di servire Dio in tale sorte di vita.

 3Poi: che entri lietamente

 4 e di propria volontà.

 5 Terzo: che non si sia già promessa a  qualche monastero, e nemmeno  ad un uomo di questo mondo.

 6 Quarto: se avrà padre,madre,  o altri superiori, lei per  prima chieda il loro consenso,

 7 così che a loro volta le governatrici  e i governatori della Compagnia  parlino con loro, di modo che  essi non abbiano alcun motivo  legittimo se poi per caso volessero  impedirle di entrare in questa  santa obbedienza

 8 Quinto: che abbia almeno l’età di dodici anni.

 9 Si ricorda, però, che quelle di età  inferiore possono essere ricevute  nelle riunioni per essere formate  alla realtà di questa vita così singolare.

Come debbano andar vestite Cap. II

1Si ricorda inoltre che i vestiti e il modo di portarli devono essere modesti e semplici, come veramente richiede

l’onestà verginale:

2 perciò ognuna vada vestita col bustino conveniente chiuso, e sopra porti uno scialle o una sciarpa di tela, come sarebbe lino o cotone non troppo sottili e per niente trasparenti; e così sia anche il fazzoletto da testa.

3I vestiti poi devono  essere di stoffa o di  lanetta, e di colore  bruno, o castagno scuro, o grigio scuro,  o morello scuro,  come converrà a ciascuna secondo le proprie possibilità.

4Tuttavia si potranno portare quelle stesse vesti che le sorelle si troveranno ad avere quando entreranno nella Compagnia, e solamente fino a che dureranno, sempre che non comportino mai genere alcuno di balze, né di falde alle maniche, né alcuna sorta di intagli, né ricami e altri simili ornamenti.

5“E portino ai fianchi il cingolo, segno di esteriore mortificazione e di perfetta castità interiore” [evidente interpolazione posteriore al 1540]

6Non comportino seta e nemmeno  velluto, e nemmeno argento e oro; non pantofole e scarpe se non nere e di forma semplice.

 7Non scialli e fazzoletti da testa a colori, o di seta o di altro tessuto, troppo sottile e trasparenti; non crespature alle camice.

8Insomma, non fogge, né ornamenti,  né trasparenze alcune, né altre vanità che possano macchiare la coscienza propria o quella del prossimo,

9e che siano contrarie all’onestà verginale.

Del modo di comportarsi nel mondo Cap. III

1Oltre a questo si ricorda: Primo: che non si abbia pratica con donne di malaffare.

2Poi: che per niente si ascoltino messaggi di uomini o di donne, specialmente in secreto.

3 Terzo: che non si vada a nozze, e nemmeno a balli e tornei e  altre simili spettacoli  di piaceri mondani.

4 Quarto: che rifuggano dallo stare al balcone e anche sulle porte e per strada, né sole né in compagnia, per molti motivi.

5Quinto: che andando per strada o per via,  vadano con gli occhi bassi e modestamente col fazzoletto in testa;

6e vadano prestamente,non indugiando, né fermandosi qua e là, né sostando a guardare curiosamente cosa alcuna.

7Perché dappertutto ci sono pericoli e varie insidie e lacci diabolici.

8Sesto: se le madri o altre superiori temporali le volessero esporre a tali o simile pericoli,

9oppure le volessero trattenere dal digiuno, o dall’orazione, o dalla confessione, o da altra sorta di bene,

10esse lo riferiscono presto alle governatrice della Compagnia, affinchè esse vi provvedano.

Del digiuno Cap. IV 

1Si ricorda inoltre che ognuna voglia anche abbracciare il digiuno corporale, come cosa necessaria,

 2 e come mezzo e via per il vero digiuno spirituale, col quale si troncano via dalla mente tutti i vizi e gli errori.

 3 E a questo c’invita chiarissimamente l’esempio di tutte le persone sante,

4e sopra tutto  la vita di  Gesù Cristo, unica via al cielo.

 5 Perciò la santa madre Chiesa fa risonare questo apertamente alle orecchie di tutti i fedeli, così rivolgendosi a Dio: ” Qui c corporali ieiunio vitia comprimes, mentem elevas virtutem largiris et praemia”; cioè: Dio, che mediante il digiuno corporale freni vizi, elevi lo spirito concedi la virtù e il premio;

6 poiché, come la gola fu origine di tutti i nostri mali, così conviene che il digiuno e l’astinenza siano principio e mezzo di tutti i nostri beni e progressi spirituali.

7 Per questo dicono i sacri canonisti: “Indictum est ieiunium abstinentiae, lex a Domino Deo, pre varicatio legis a diabolo”; cioè è stato comandato dal Signore Dio il digiuno, come legge di astinenza, mentre la trasgressione della legge è stata introdotta dal diavolo.

8 Per tanto esortiamo ognuna a digiunare, specialmente in questi giorni dell’anno: Primo: tutti quelli che comanda la santa madre Chiesa, cioè tutta la Quaresima, le quattro Tempora e tutte le vigilie comandate.

9 Poi: tutto l’Avvento.

10Terzo: si digiuni subito dopo l’ Epifania quaranta giorni, per domare i sensi e gli appetiti e la sensualità che allora specialmente sembrano signoreggiare nel mondo,

11e ancora per implorare misericordia innanzi al trono della divina Altezza per tante dissolutezze che in quel tempo sono commesse dai cristiani, come è più che palese a tutti.

12Quarto: dopo l’ottava di Pasqua si digiuni tre giorni la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il sabato.

13Quinto: si digiuni i tre giorni delle Rogazioni, o litanie, che la Chiesa celebra prima dell’Ascensione, per implorare il divino aiuto per il popolo cristiano.

14Sesto: si digiuni dopo l’Ascensione ogni giorno,

15e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo, cioè fino a pasqua di maggio,

16domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesù Cristo ai suoi eletti e ben disposti.

17Settimo: dopo pasqua di maggio si ritorni fino all’Avvento ai tre giorni della settimana sopra indicati.

18Ma siccome non si vuole se non cose discrete, allora si avverte che nessuna digiuni senza il parere specialmente del suo padre spirituale

19e delle governatrici della Compagnia, le quali devono ridurre e diminuire tali digiuni secondo che se ne vedrà il bisogno,

20perché se uno indiscretamente affligge il proprio corpo, “Esset offerre holocaustum de rapina”, cioè sarebbe come se facesse un sacrificio con qualcosa di rubato, come dicono ancora i sacri canoni.

Dell’ orazione Cap. V

1Si ricorda ancora che ognuna sia sollecita all’orazione così mentale come vocale,

2la quale è compagna del digiuno; dice, infatti, la Scrittura: “Bona est oratio cum ieiunio”; cioè: buona è l’orazione che s’accompagna al digiuno.

3E si legge nel Vangelo di quella Anna, figlia di Phanuel, la quale nel tempio giorno e notte di continuo serviva a Dio “in ieiuniis et orationibus”.

4Poiché, come col digiuno si mortificano le tendenze della carne e i propri sentimenti, così con l’orazione s’impetra da Dio la grazia della vita spirituale.

5E, anche se bisogna pregare sempre con lo spirito e con la mente, dato il continuo bisogno che si ha dell’aiuto di Dio, per cui dice la Verità: “Oportet sempre orare” cioè: bisogna pregare sempre,

6tuttavia consigliamo anche la preghiera vocale frequente

7con la quale si risvegliano i sensi

8e ci si dispone all’orazione mentale.

9Ognuna pertanto voglia ogni giorno dire almeno l’Ufficio della Madonna e i sette Salmi penitenziali, con devozione e attenzione

10perché dicendo l’Ufficio si parla con Dio, come diceva il beato Alessandro martire.

11e chi non lo sa dire, se lo faccia insegnare dalle sorelle che lo sanno dire.

12Chi poi non sa leggere, voglia dire ogni giorno a Mattutino trentatre paternostri e trentatre avemarie in memoria dei trentatre anni che Gesù Cristo visse in questo mondo per amor nostro.

13Poi, a Prima dica sette paternostri e sette avemarie per i setti doni dello Spirito Santo.

14E altrettante ne dica a ciascuna delle altre Ore canoniche, cioè a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta.

15E per dare materia e qualche avvio anche all’orazione mentale, esortiamo ognuna ad innalzare la mente a Dio, e ad esercitarsi ogni giorno e, in questo od in altro modo simile, dire nel segreto del proprio cuore:

16 “Signor mio,illumina le tenebre del mio cuore,

17e dammi la grazia di morire piuttosto che offendere oggi stesso la tua divina Maestà.

18E rendi sicuri i miei affetti e i miei sensi, così che non deviino né a destra né a sinistra,

19nè mi distolgano dal luminosissimo tuo volto, che fa contento ogni cuore afflitto.

20Ahi! Misera me che, entrando nel segreto del mio cuore, dalla vergogna non oso alzare gli occhi al cielo;

 21merito infatti di essere divorata da viva nell’inferno, poiché vedo in me tanti errori, tante bruttezze e tendenze riprovevoli, come spaventose fiere e figure mostruose.

22Sono, dunque, costretta, giorno e notte, andando, stando, operando, pensando, a confessarmene ad alta voce e a gridare verso il cielo, chiedendo misericordia e il tempo per fare penitenza.

23Degnati, o benignissimo Signore, di perdonarmi tante offese, e ogni mio fallo che mai abbia commesso fino ad ora dal giorno del santo battesimo.

24Degnati di perdonare i peccati, ahimè, anche di mio padre e di mia madre, e dei miei parenti ed amici, e del mondo intero.

25Te ne prego per la tua sacratissima passione e per il tuo sangue prezioso sparso per amor nostro;

26per il tuo santo nome: sia esso benedetto sopra la rena del mare, sopra le gocce delle acque, sopra la moltitudine delle stelle.

27Mi dolgo d’essere stata tanto lenta a incominciare a servire la tua divina Maestà.

28Ahimè! Finora non ho mai sparso neppure una piccola goccia di sangue per amor tuo,

29e nemmeno sono stata obbediente ai tuoi divini precetti,

30e ogni avversità mi è stata aspra per il mio poco amore per te.

31Signore, in luogo di quelle misere creature che non ti conoscono,

32né si curano di partecipare ai meriti della tua sacratissima passione,

33 mi si spezza il cuore,

34e volentieri (se lo potessi) darei io stessa il mio sangue per aprire la cecità delle loro menti.

35Perciò, Signore mio, unica vita e speranza mia,

36ti prego: degnati di ricevere questo mio cuore vilissimo ed impuro,

 37e di bruciare ogni suo affetto e ogni sua passione nell’ardente fornace del tuo divino amore.

38Ti prego: ricevi il mio libero arbitrio,

39ogni atto della mia volontà, la quale da sé, infetta com’é dal peccato, non sa discernere il bene dal male.

40Ricevi ogni mio pensare, parlare ed operare;

41insomma: ogni cosa mia, tanto interiore quanto esteriore.

42Tutto questo io offro ai piedi della tua divina Maestà.

43E ti prego, degnati di riceverlo, benché io ne sia indegna.

44 Amen”.

Dell’andar a Messa ogni giorno  Cap. VI

1Inoltre ognuna vada a Messa ogni giorno, e ne veda almeno una intera,

2 e ci stia con modestia e devozione,

3perché nella santa Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signore nostro.

 4E quanto più vi si  sta con attenzione  fede e contrizione,  tanto più si  partecipa a quei  benedetti meriti  e più si  riceve  consolazione.

5Anzi, sarà un comunicarsi spiritualmente.

6Si raccomanda però di non indugiare troppo nelle chiese;

7tuttavia, se vorranno pregare più a lungo, si chiudano nella loro camera, e là preghino come e quanto lo Spirito e la coscienza detteranno.

 

Della confessione  Cap. VII

1Si esorta inoltre a frequentare la confessione, necessaria medicina delle piaghe delle nostre anime,

2perché mai nessuno sarà giustificato dal peccato, se prima non avrà di sua propria bocca confessato al sacerdote le sue colpe, come dice la Scrittura: “Dic tu prius iniquitates tuas, ut justificeris”; cioè: dì tu per primo i tuoi peccati affinchè tu sia giustificato.

3E la Verità dice a san Pietro: “Tibi dabo claves regni caelorum, et quodcumque ligaveris super terram erit legatum et in caelis, et quodcumque solversis super terram erit solutum et in caelis”; cioè: io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata anche in cielo, e qualunque cosa avrai slegato sopra  la terra sarà slegata anche in cielo.

4Dove chiaramente si dimostra  che il peccato no può essere  tolto via se non dal sacerdote  e con la confessione.

5Infatti, in che modo il sacerdote  potrebbe sciogliere dal peccato  se non lo conosce?

6E in che modo lo potrebbe conoscere,  se chi l’ha commesso non lo manifesta  con la propria bocca,  dal momento che il peccato  sta nascosto nella coscienza?

7Ognuna dunque voglia presentarsi al sacerdote come davanti a Dio eterno giudice

8e qui, dolente,

9 schiettamente e in verità di coscienza, confessi il proprio peccato

10e ne domandi perdono,

11e sempre con timore e reverenza stia davanti al confessore,  fino a che non abbia ricevuto l’assoluzione.

12A questo proposito si fa sapere che si deve scegliere un luogo o una chiesa determinata, dove sarà eletto un comune padre spirituale prudente e di età matura, al quale ognuna voglia confessarsi almeno una volta al mese;

13poi, ogni primo venerdì del mese, voglia recarsi in quella chiesa e là,tutte insieme, comunicarsi dallo suddetto padre.

14Esortiamo inoltre ognuna a confessarsi e a comunicarsi nella propria parrocchia nelle feste solenni.

Dell’obbedienza  Cap. VIII

1Si esorta ancora ognuna a praticare la santa obbedienza,

2sola e vera abnegazione della propria volontà, la quale è in noi come un tenebroso inferno.

3Per questo Gesù Cristo dice: “non veni facere vuluntatem meam, sed eius qui misit me, Pater”; cioè: non sono venuto per fare la mia volontà, ma quella del Padre che mi ha mandato.

4 Infatti l’obbedienza è nell’uomo come una grande luce, che rende buona ed accettabile ogni sua azione;

5per cui si legge: “Melius est oboedire, quam sacrificare”; cioè: Meglio è obbedire che offrire sacrifici.

6E i sacri canoni dicono: “Nullum bonum est extra oboedientiam”; cioè: ogni cosa nostra, perché sia  buona, deve essere fatta sotto obbedienza.

7Per questo ognuna voglia obbedire: Primo: ai comandamenti di Dio, poiché dice la Scrittura: “Maledictus qui declinat a mandatis tuis”; cioè: maledetto è colui che non osserva i tuoi comandamenti.

8Poi: a ciò che comanda la santa madre Chiesa, perché, dice la Verità: “qui vos audit me audit, et qui vos spernit me spernit”; cioè: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me.

9Terzo: obbedire al proprio vescovo e pastore, e al proprio padre spirituale.

10 E ai governatori e alle governatrici della Compagnia.

11 Inoltre: obbedire al padre e alla madre, e agli altri superiori di casa,

12 ai quali consigliamo di chieder perdono una volta la settimana in segno di sottomissione e per conservare la carità.

13 Obbedire anche alla leggi e agli statuti dei reggitori, e ai governatori degli stati.

14 E sopra tutto:obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo ci suscita nel cuore lo Spirito Santo;

15 la cui voce sentiremo tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza.

16 Lo Spirito Santo,infatti, è colui che ( come dice Gesù Cristo) “Docet nos omnem veritatem”; cioè:insegna a noi ogni verità.

17 Allora, in conclusione: obbedire a Dio, e a ogni creatura per amore di Dio, come dice l’Apostolo,

18 purché non ci sia comandata cosa alcuna contraria all’onore di Dio e alla propria onestà.

Della verginità Cap. IX

1Ognuna ancora voglia conservare sacra verginità,

2non già facendone voto per esortazione umana, ma facendo volontariamente sacrificio a Dio del proprio cuore.

3Perché la verginità ( come dicono ancora i canonisti) è sorella di tutti gli angeli,

4vittoria sopra la concupiscenza, regina delle virtù,

5e signora di tutti i beni.

6Ognuna deve dunque in ogni cosa comportarsi così da non commettere né in se stessa, né nei confronti del prossimo, cosa alcuna che sia indegna di spose dell’Altissimo.

7Allora: sopra tutto si tenga il cuore puro e la coscienza monda da ogni pensiero cattivo,

8da ogni ombra di invidia e di malevolenza,

9da ogni discordia e cattivo sospetto,

10e da ogni altro desiderio cattivo e cattiva volontà.

11Ma sia lieta, e sempre piena di carità, e di fede, e di speranza in Dio.

12E il comportamento con il prossimo sia giudizioso e modesto, come dice san Paolo: “Modestia vostra nota sit omnibus hominibus”; cioè: il vostro riserbo e la vostra prudenza siano visibili a tutti; di modo che ogni vostro atto e ogni vostro parlare siano onesti e misurati,

13non nominando Dio invano,

14non giurando, ma dicendo soltanto con modestia: sì, sì, oppure no ,no, come Gesù Cristo insegna,

15non rispondendo superbamente,

16non facendo le cose mal volentieri,

17non restando adirata,

18non mormorando,

19non riportando cosa alcuna di male.

20Insomma: non facendo atto, né gesto alcuno che sia indegno in particolare di chi porta il nome di serve di Gesù Cristo.

21Ma tutte le parole, gli atti e i comportamenti nostri siano sempre di ammaestramento e di edificazione per chi avrà a che fare con noi,

22avendo noi sempre nel cuore un’ardente carità.

23Inoltre ognuna voglia essere disposta a morire piuttosto che acconsentire mai a macchiare e a profanare un così sacro gioiello.

Della povertà Cap. X

1Esortiamo finalmente ognuna ad abbracciare la povertà,

2non solamente quella effettiva delle cose temporali,

3ma soprattutto la vera povertà di spirito, con la quale l’uomo si spoglia il cuore da ogni affetto

4e da ogni speranza di cose create,

5e di se stesso.

6E in Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede povero del tutto, e proprio un niente, mentre con Dio ha tutto.

7Perciò dice la Verità: “beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum”; cioè: beati sono i poveri di spirito, perché di loro è il regno dei cieli.

8 Per tanto ognuna si sforzi di spogliarsi del tutto,

9e di mettere ogni suo bene, e amore, e piacere non negli averi,

10non nei cibi e nelle golosità,

11non nei parenti e negli amici,

12non in sé stessa né in alcuna sua risorsa e sapere,

13ma in Dio solo e nella sua sola benevola ed ineffabile provvidenza.

14Perciò dice il vangelo: “Primum quaerite regnum Dei, et haecomnia apponentur vobis”; cioè: cercate prima il regno di Dio,e tutte queste vostre altre cose vi saranno messi davanti.

15E dice ancora: “Nollite solliciti esse quod comedates, neque quod bibatis: scit enim Pater vester quia his omnibus indigetis”; cioè non vogliate essere ansiose nel cercare quello che dovrete mangiare o bere, poiché il Padre vostro celeste, Lui, sa bene che avete bisogno di tutte queste cose.

16Come se dicesse chiaramente: non vi affannate riguardo ad alcuno dei vostri bisogni temporali,

17perché Dio, e lui soltanto, sa, può e vuole provvedervi;

18Lui, che non vuole se non il solo bene e gaudio vostro.

Del governo Cap. XI

1Per governare questa Compagnia si dispone che si eleggano quattro vergini fra le più capaci della Compagnia,

2e almeno quattro matrone vedove, prudenti e di vita onesta,

3e quattro uomini di età matura e di esperienza.

4Queste vergini siano come maestre e guide nella vita spirituale;

5e le vedove siano come madri nell’essere sollecite circa il bene e l’utilità delle sorelle e figlie spirituali;

6e i quattro uomini siano come agenti, e anche padri, per gli eventuali bisogni della Compagnia.

8a Ora: le quattro vergini vogliano particolarmente assumere questo incarico: andare a trovare ogni quindici giorni,  7o più o meno come si vedrà bastare,*

 8btutte le altre sorelle vergini sparse nella città,

 9per confortarle e aiutarle qualora si trovassero in qualche situazione di discordia o in altre difficoltà sia materiali che spirituali,

 10o nel caso che i loro superiori di casa facessero loro qualche torto,

 11o che le volessero trattenere dal fare qualche cosa di bene,

 12o esporle a qualche rischio di male.

13E se loro stesse non potessero provvedervi, ne riferiscono alle matrone.

14E se neanche loro potessero porvi riparo, si voglia convocare anche i quatto uomini, così che tutti insieme concorrano a portarvi rimedio.

15Se accadesse che qualche sorella, essendo orfana, non riuscisse ad avere la sua parte,

16oppure, essendo governante o domestica, o altro, non potesse ottenere il proprio salario,

17ovvero se accadesse qualcosa di simile per cui fosse necessario ricorrere in giudizio e per via legale,

18o mettersi d’accordo (che è il meglio che si possa fare),

19allora i quattro uomini, per carità e come padri, vogliono incaricarsene, e prestare aiuto secondo il bisogno.

20Se qualcuna delle persone al governo venisse a mancare, o per morte, o per essere stata deposta dall’ufficio, allora la Compagnia si riunisca e ne elegga delle altre per completare il numero legale.

21e ancora : se ce ne fosse una che non potesse svolgere il proprio compito o che si comportasse male, quella persona si rimossa dal governo.

22Se per volontà e liberalità di Dio accadesse che ci fossero denari o altri beni in comune, si ricorda che devono essere bene amministrati,

23e che vanno dispensate con prudenza,

24specialmente in aiuto alle sorelle e secondo gli eventuali bisogni.

25Se ci fossero anche solo due sorelle rimaste sole, senza padre né madre né altri superiori, allora per carità sia presa in affitto per loro una casa (se non l’avessero), e siano aiutate nei loro bisogni.

 26Se, invece, ne fosse rimasta una sola, allora qualcuna delle altre la voglia accogliere in casa sua,

27e a questa sia data quella sovvenzione che ai membri del governo parrà opportuna.

28Se però quella volesse andare a servizio come governante o domestica, coloro che governano ne abbiano cura affinché sia collocata là dove possa trovarsi bene e mantenersi onesta.

29Se ce ne fossero di così anziane che non potessero mantenersi da sole, allora, di grazia, siano aiutate e servite come vere spose di Gesù Cristo.

30Si raccomanda in fine che, se qualcuna delle sorelle sarà inferma, quella sia visitata, e aiutata, e servita, e di giorno e di notte se necessario.

31E se stesse per morire, voglia lasciare qualche cosetta alla Compagnia, in segno d’ amore e di carità.

32Quando una sarà morta, allora tutte le altre vogliano accompagnarla alla sepoltura, andando a due a due, con carità, ciascuna con una candela in mano.

33E chi saprà leggere, dica l’Ufficio dei defunti;

34e chi non saprà leggere, dica trentatre paternostri e altrettante avemarie,

35così che se quell’ anima, a motivo di qualche peccato, si trovasse nelle pene del purgatorio, il nostro dolce e benigno sposo Gesù Cristo la tolga da quelle pene,

36e la conduca alla gloria celeste insieme alle altre vergini, incoronata dell’aurea e lucentissima corona della verginità.